Loro di Roma – Le Cariti o le Tre Grazie: dee della gioia e della bellezza

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Alle Grazie immortali / le tre di Citerea figlie gemelle / è sacro il tempio, e son d’Amor sorelle; / nate il dì che a’ mortali / beltà ingegno virtù concesse Giove, / onde perpetue sempre e sempre nuove / le tre doti celesti / e più lodate e più modeste ognora / le Dee serbino al mondo. Entra ed adora.

Le Grazie, Ugo Foscolo

Il mito

Pompei

Figlie del dio Zeus e della ninfa Eurinome, presso i greci erano dette Cariti, mentre diventano per i romani le Tre Grazie. Dee della gioia e del fascino, impersonano la bellezza e la grazia, infondendo la felicità nel cuore degli dei e degli uomini. Si chiamavano Aglaia (splendente), Eufrosine (gioia e letizia) e Talia (portatrice di fiori) e presiedevano ai banchetti, alle danze e ad altri piacevoli eventi sociali, diffondendo amicizia e serenità tra i presenti. Accompagnavano spesso Afrodite ed Eros, le divinità dell’amore, e insieme alle Muse cantavano e ballavano per gli dei sul monte Olimpo al suono della lira del dio Apollo. In alcune leggende Aglaia divenne la sposa di Efesto, il fabbro degli dei: le Grazie donavano anche la capacità di creare bellissime opere d’arte.

Le Tre Grazie nell’arte

Rubens

Un tema caro agli artisti quello delle Tre Grazie, tanto da attraversare letteralmente l’intero corso della storia dell’arte. Molte le rappresentazioni del mondo antico che presentano le tre fanciulle in tutta la loro bellezza. Sono infatti spesso ritratte nude e abbracciate, quella al centro di spalle, mentre le altre due, ai lati, rivolte verso lo spettatore. È così per esempio anche nell’affresco di I secolo d.C. proveniente da Pompei e oggi custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nel Rinascimento poi il tema delle Tre Grazie è molto diffuso: se Sandro Botticelli nella Primavera apporta delle piccole modifiche all’iconografia classica, rappresentando le fanciulle coperte da abiti sottili e trasparenti, Raffaello Sanzio invece nel dipinto Le Tre Grazie riprende il modello antico, mostrandosi vicino alla loro più classica iconografia. Nel 1531 anche Lucas Cranach il Vecchio si lascia ispirare dall’armonia di queste fanciulle, realizzando la tela Le Tre Grazie, abbandonando però la romantica versione di corpi morbidi e sensuali e prediligendo le tipiche figure snelle e slanciate della pittura nordica. La Controriforma impose una scelta di temi più rigorosi, ma questo non fermò Pieter Paul Rubens che raffigura più volte le Grazie come opulenti matrone dalle carni tremolanti, come ben si vede per esempio ne Le Tre Grazie del Museo del Prado. Nell’Ottocento invece, in pieno neoclassicismo, si torna all’amore per l’antico e uno dei più importanti artisti dell’epoca realizza un immenso capolavoro. Stiamo ovviamente parlando di Antonio Canova che nel 1817, su richiesta di  Giuseppina di Beauharnais, prima moglie di Napoleone Bonaparte, realizza il gruppo scultoreo delle Tre Grazie attualmente all’Ermitage di San Pietroburgo.

Canova

Il significato del mito

Tra le figure più positive della mitologia degli antichi, le Tre Grazie, figlie di Afrodite – che è il simbolo della bellezza e dell’armonia dell’universo – furono considerate divinità poste tra il cielo e la terra, con un unico importantissimo compito: attuare nel mondo l’armonia per mezzo di quelle arti che rendono l’animo degli uomini più nobile. A livello iconografico infatti, le tre fanciulle – attraverso il corso dei secoli – sono presentate per lo più con corpi generosi e voluttuosi, mentre si abbracciano, simboleggiando quindi la “grazia” come qualità dello spirito e del sentimento divino che diventa umano.

L’Asino d’Oro – Associazione Culturale per MIfacciodiCultura

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