Storia di Emiliano Zapata, colui che ha guidato la Rivoluzione in Messico

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Il momento storico in cui viviamo, il contesto sociale, culturale ed economico, data la sua estrema delicatezza e precarietà, ci porta inevitabilmente a prendere una posizione, a schierarci con una fazione piuttosto che con un’altra. Indipendentemente dal pensiero politico, bisogna ammettere che a seguito delle elezioni dello scorso 4 marzo, qualcosa è cambiato, gli italiani – per anni disinnamorati della politica – hanno incominciato ad alzare la voce, a far sentire le proprie idee, sia che esse siano in accordo con il nuovo esecutivo oppure di parere opposto. Oggi, grazie alle tastiere dello smartphone o del computer,  far sentire la propria voce è estremamente facile (forse anche troppo), ma come ci si poteva ribellare, o denunciare una situazione politica opprimente e autoritaria a cavallo tra il XIX ed il XX secolo? Facendo la rivoluzione, passando alla storia come un rivoluzionario: questa è la storia di Emiliano Zapata.

Zapata nasce l’8 agosto 1879 ad Ananenecuilco, in Messico; rimasto presto orfano, a 16 anni inizia a lavorare la terra e lì, nelle campagne messicane rese poverissime dal regime dittatoriale di Porfirio Diaz, matura la sua coscienza politica, sentendo che la povertà alla quale lui, i suoi nove fratelli e la gente della sua contrada erano stati costretti a vivere non era altro che la diretta conseguenza di una politica ingiusta, precaria ed illegittima. Nel 1910, desiderando ridistribuire gli appezzamenti di terreno in maniera regolare fra tutti i cittadini, inizia, insieme ad un gruppo di seguaci, ad occupare le terre coltivate e da questo momento si forma il rivoluzionario che è passato alla storia. Infatti visti i primi successi dettati dal seguito che in poco tempo ha ottenuto, e la forte determinazione che solo chi sente il bisogno di riscatto può avere, nel 1910 inizia la lotta armata che culmina l’anno successivo con il celebre piano Ayala, un elenco completo dei principi cardine che stanno alla base del pensiero di Zapata, nonché della rivoluzione messicana di cui egli è simbolo indiscusso. Zapata ed il suo “esercito” ideano una tattica militare che li renderà pressoché inafferrabili, che consiste nello sferrare un breve attacco all’esercito nemico e poi dileguarsi nei cunicoli che l’ambiente del sud del Messico offre, evitando così lo scontro lungo ed estenuante e limitando in questo modo anche le possibili perdite all’interno del proprio schieramento.

Pancho Villa ed Emiliano Zapata

Nel paese ormai è guerra civile e a combattersi non ci sono solo le fazioni pro e contro il presidente, ma anche all’interno della stessa opposizione iniziano a nascere gruppi dissidenti che in poco tempo iniziano a farsi guerra l’un con l’altro. È l’esempio dei seguaci di Venustiano Carranza che concludono la loro collaborazione con i rivoluzionari (in particolar modo con le truppe di Zapata) e si schierano contro di loro. Ma il rivoluzionario messicano ha ormai ottenuto la sua vittoria e con Pancho Villa, che ha guidato la rivoluzione nel nord del Paese, nel 1914, entra trionfante a Città del Messico.

Simbolo della ribellione, del desiderio di giustizia e rivalsa, Emiliano Zapata è riuscito a riscattare la sua famiglia e la gente del suo popolo dai soprusi che hanno caratterizzato la civiltà messicana ad inizio Novecento. A chi gli ha proposto, una volta dopo essere entrato trionfante nella capitale, di diventare il nuovo presidente egli ha risposto: «Non ho combattuto per questo, ma per restituire le terre a chi sono state ingiustamente sottratte». L’entusiasmo per la vittoria contadina purtroppo però dura poco. Già nel 1916 la situazione si era completamente ribaltata e la classe povera non sarà più in grado di risalire al potere. La chiusura definitiva della rivoluzione si registra nella triste data del 10 aprile 1919, quando con un’imboscata  Emiliano Zapata viene assassinato. Il mandante era l’avversario del passato Venustiano Carranza.

Ilenia Carbonara per Mifacciodicultura

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