Nelson Goodman, il costruzionista delle infinite versioni di mondo

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Nelson Goodman, filosofo analitico, è nato a Somerville (Massachusetts) il 7 agosto 1906 ed è morto il 25 novembre 1998 all’età di 92 anni a Needham, negli Stati Uniti. Nel 1928 ha conseguito la laurea presso Harvard e nel 1941 nella medesima università, il dottorato. Nell’anno che va dal 1945 al 1946 ha insegnato presso il Tuft College e successivamente presso l’Università di Pennsylvania dal 1946 al 1964 e alla Brandeis University dal 1964 al 1967. Dall’anno dopo fino al 1977 insegnò ad Harvard e fino all’anno della sua morte è stato professore emerito. Presso Harvard Graduate School of Education, fonda il Project Zero, un programma di ricerca di base sulla pedagogia delle arti.

Goodman si è occupato principalmente di epistemologia, semiotica e logica del linguaggio. Ciò a cui principalmente Goodman, nelle sue riflessioni, rinuncia è l’unicità del mondo: secondo la sua concezione, esistono tanti mondi quante descrizioni se ne riescono a fare. Uno tra gli aforismi maggiormente citati di Nelson Goodman è infatti il seguente:

La struttura del mondo dipende dai modi in cui lo consideriamo, e da ciò che facciamo e ciò che facciamo, in quanto esseri umani, è parlare e pensare, costruire, agire e interagire. Noi costituiamo i nostri mondi costruendoli.

Nelson Goodman, il costruzionista delle infinite versioni di mondo
N. Goodman

Si evince da questo quanto siamo intrinsecamente collegati al mondo e quanto la nostra responsabilità nei confronti dell’ambiente sia profonda visto la nostra capacità di agire e creare. Il mondo, secondo il pensiero di Goodman, si forma su manifestazioni epistemiche di tipo logico-semantico. Da qui ne consegue che tutto ciò che diciamo o facciamo dipende dalla versione di mondo che abbiamo deciso di costruire. I mondi che si possono costruire non sono né fantastici né impossibili, ma reali. Goodman fu amico, nonché collega di Quine. Con quest’ultimo condivide alcune concezioni, come quella di restare entro una prospettiva empiristica, liberandola però dalle ristrettezze che la impoveriscono. Un altro proposito comune era quello di valorizzare la dimensione teorico-costruttiva – rispetto alla dimensione osservativa-fattuale – dell’attività conoscitiva. Inoltre, comune era anche il rifiuto della concezione platonica-essenzialistica nell’ambito della filosofia del linguaggio e della logica. Nel 1947 scrive proprio con Quine un saggio dal titolo Passi verso un nominalismo costruttivo in cui Goodman respinge la credenza secondo cui esista un’entità astratta, sostenendo che il mondo sia composto da oggetti fisici e che tutto ciò che non può essere spiegato in termini di individui concreti vada respinto. La matematica viene invece considerata da Nelson Goodman un apparato strumentale, al contrario di altri filosofi, come Russel, che la consideravano come l’espressione di verità autonome ed universali. Secondo la concezione di Goodman, la matematica non ha a che fare con questioni legate alla verità, ma il suo compito è quello di rendere più facili i calcoli.

La distanza dal neopositivismo si avverte già in una delle opere maggiori di Nelson Goodman, La struttura dell’apparenza pubblicata nel 1951, ma che risale agli anni ’30. In particolar modo respinge il mito del dato, ovvero, secondo la sua concezione, non esistono “dati” che abbiano un significato oggettivo tale da costruire un fondamento certo per la conoscenza. Allo stesso tempo, prende le distanze – criticando – dalla distinzione neopositivistica tra “osservazionale” e “teorico“. Secondo Nelson Goodman, ogni atto cognitivo è un atto teorico dal momento che si muove entro un sistema di assunti non empirico-fattuali, ma di tipo simbolico-concettuale. Al contempo si distanzia dall’altra distinzione neopositivista tra “analitico” e “sintetico“.

Le altre due opere importanti ed interessanti del filosofo Goodman sono quella del 1968I linguaggi dell’arte e dieci anni dopo, nel 1978 Ways of Worldmaking che letteralmente vuol dire “modi di fare il mondo”, ma nella traduzione italiana è Vedere e costruire il mondo, titolo che richiama perfettamente la citazione precedente in cui è condensato il pensiero di Goodman circa la “costruzione soggettiva” del mondo. In quest’opera prende in considerazione la cosiddetta idea di arte pura che sostiene di non avere nessun riferimento al mondo esterno, ma che tutto ciò che c’è di rappresentato sia intrinseco all’opera stessa. Goodman è contro l’idea di una purezza assoluta sostenendo che che un’opera rimanda sempre a qualcos’altro, pertanto la si può considerare una simbolizzazione. Da questo emerge come al centro delle riflessioni di Goodman ci sia la percezione e la rappresentazione. Nelson Goodman immagina un sistema percettivo integrato che attivamente esplora ciò che vede e che non è disgiunto dalla componente cognitiva. La conseguenza? Secondo la sua concezione, ogni cosa che viene percepita dal singolo soggetto, è un’interpretazione dello stesso. Il pensiero diviene dunque – secondo il filosofo – un’attività che conferisce senso, è una costruzione simbolico-concettuale, da qui il nome della posizione teorica di costruttivismo o costruzionista, come egli stesso si definisce.

Nelson Goodman, il costruzionista delle infinite versioni di mondo

Tutte queste riflessioni hanno sviluppato la concezione contemporanea anti-positivista. Il pensiero di ogni individuo è libero e in questa libertà costruisce le proprie “versioni di mondo“, sia in rapporto ai propri fini, sia ai contesti.

Da qui Goodman riabilita la funzione dell’arte, che non è più la mera rappresentazione di sentimenti, ma possiede la capacità costruttiva di interpretare fenomeni spesso irriducibili razionalmente.

Riassumendo alcuni degli assunti fondamentali del pensiero di Goodman, si può dire che egli sostenga che il mondo non possa essere separato dalle modalità simboliche con cui ciascun individuo lo descrive, così come non è possibile ridurre ad un’unica realtà tutte queste “versioni del mondo“. A queste due, si collega un’altra concezione importante quale quella che non esistono versioni più oggettivanti rispetto ad altre.

Vi sono innumerevoli e disparati modi di vedere il mondo e raffigurarlo: alcuni sono vividi, di grande effetto, utili, affascinanti, toccanti; altri sono vaghi, assurdi, scialbi, comuni, confusi. Ma anche se escludiamo questi ultimi, nessuno di quelli che rimangono può rivendicare per sé il diritto di essere il modo di vedere o rappresentare il mondo così come esso è.

Quindi, nessuno di noi possiede la verità sul mondo, né sulle cose. Una posizione che, se applicata alla nostra realtà sociale, potrebbe portare a diversi risvolti tutt’altro che negativi.

Vanessa Romani per MIfacciodiCultura

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