#Letsfeelgood – Cosa s’intende quando si parla di pensiero positivo?

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«Mah si dai, cerca di vederla così, che altrimenti poi stai male o non ne esci più…»: quante volte questa frase è stata detta per consolare qualcuno oppure le parole ci sono state dette da altri significativi? Tantissime volte, ma servono veramente a qualcosa? Cosa si intende veramente quando si parla di pensiero positivo?

Quanto è importante chiedersi se si è felici?

Non esiste magia che possa improvvisamente migliorare le cose, al massimo sopravvengono parole che mitigano la situazione e lo stato d’animo momentaneo, caratterizzato da lenti grigie che veramente presentano, nella contingenza, un mondo in bianco e nero, in cui quel problema diventa il sommo e le soluzioni paiono lontane. Inizialmente si pensava che il benessere fosse qualcosa di oggettivo, che potesse essere riscontrato e valutato entro dei parametri concreti, quali la qualità e la grandezza dell’abitazione, la salute fisica, il salario e la qualità delle relazioni sociali. Soddisfatte tutte queste condizioni, però, ci si rese conto che ancora non si era felici, mentre persone che presentavano meno della metà di queste provavano un senso di soddisfazione maggiore. Allora si cominciò a parlare di pensiero positivo inteso come soggettivo:

As a person’s cognitive and affective evaluations of his/her own life.

Diener e Lucas definiscono tale costrutto in questa maniera: la mente si esercita tramite la conoscenza e il ragionamento ma soprattutto attraverso l’attenzione focalizzata e la consapevolezza. Compiendo un passo ulteriore, distinguendosi dal Subjective well-being, Carol Ryff e Synger cominciarono a parlare di benessere psicologico, intendendolo, nella scala elaborata da loro, come «il tentativo di raggiungere l’ottimizzazione, mediante la realizzazione delle proprie potenzialità». Dunque, il pensiero positivo nasce da una concezione che vede al centro l’individuo, in un, «autentico capovolgimento della prospettiva: si privilegiano gli aspetti positivi della vita, non partendo dai problemi ma dalla mobilizzazione di abilità e risorse del singolo». Nulla di più semplice che capovolgere il discorso: invece che puntare sul problema, optare per osservare la soluzione da un’altra prospettiva, quella della proprie potenzialità.

La combinazione per vivere intensamente qualsiasi momento

Ognuno ne ha diverse, congruenti e più o meno funzionali alle diverse contingenze, ed è fondamentale essere onesti con la propria persone e individuare i propri punti di forza e di debolezza al fine di pensare nella maniera più funzionale al raggiungimento di un obiettivo (o risoluzione di un problema). Oppure, meglio ancora, se non sussiste alcun problema, è il caso di pensare a costruire qualità positive, da soli o con altri significativi che condividano il proprio stato d’animo.  Altra caratteristica del pensiero positivo fa riferimento al potenziare preventivamente le capacità di resilienza e adattamento, nell’ottica di una visione temporale che dia appagamento di quanto accaduto in passato, che sia cosciente e presente al 100% nel presente e che possa garantire speranza e ottimismo per il futuro.

Sembra che i tratti individuali maggiormente connessi al pensiero positivo siano la capacità di amare e di lavorare, il coraggio, la sensibilità estetica, la perseverazione, il perdono, l’originalità, l’orientamento al futuro, la spiritualità, il coltivare il talento e la saggezza e, infine, l’impegno nel collettivo (altruismo e partecipazione appagante con altri significativi). Dunque non occorre poi tanto per coltivare il proprio pensiero positivo, è necessario sentirsi coinvolti in quello che si sta facendo, entro quel processo chiamato flow experience che garantisce partecipazione massima e assorbimento emozionale nell’attività in corso, con atteggiamento non valutante ma semplicemente onesto e senza filtri. Con l’aiuto di altri, certo, ma comunque con la consapevolezza che pensare positivo è compito e dovere di chiunque voglia essere felice.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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