6 agosto 1945: attacco nucleare a Hiroshima. Come raccontare l’orrore?

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È il 6 agosto 1945: è mattina e tutti i cittadini giapponesi, nella piccola cittadina di Hiroshima, vivono la loro normalissima vita, avviandosi alla propria giornata. Ad un certo punto un aereo, uno solo, sorvola la città: un aereo di ricognizione americano? Stanno preparando un bombardamento sul Giappone, nemico che non vuole arrendersi? Un solo aeromobile, però, non allarma tanto la città: soprattutto in pieno conflitto mondiale.

Ad un certo punto, alle 8.15, un lampo abbagliante: Paul Tibbets, a bordo di Enola Gay, ha sganciato Little Boy. Già, così si chiamava la prima bomba atomica nella storia dell’umanità: piccolo ragazzetto. Da quel momento in poi, nulla sarà più uguale: la guerra, l’uomo, la natura, il Giappone e l’America saranno per sempre modificati, snaturati e mostruosamente protagonisti della storia.

6 agosto 1945: attacco nucleare a Hiroshima. Come raccontare l'orrore?Come ogni anno, Hiroshima ricorda i suoi hibakusha, chi ha visto l’atomica: un minuto di silenzio al Memoriale della Pace, che si erge a perenne ricordo di dove può arrivare l’uomo –se ancora possiamo parlare di umanità, dopo quanto accaduto-.

Hiroshima è legata a doppio filo, rosso come il sangue, ad un’altra città dal medesimo destino: Nagasaki, colpita il 9 agosto 1945. A tre giorni di distanza ancora morte, distruzione, fuoco e lampi.

Perché gli USA passarono all’atomica, forse senza calcolarne davvero bene le conseguenze, è noto: Truman considerava Hiroshima una base militare (ovviamente, come capita sovente nella storia degli Stati Uniti, la notizia si verificherà falsa). L’atomica, sostiene ancora qualcuno oggi, è stata la cosa migliore per il Giappone: un attacco militare, uno sbarco, avrebbe prodotto molti più morti, di entrambi i fronti.
140mila morti -solo Giapponesi- solo ad Hiroshima, nell’arco solo del 1945, sono veramente così pochi? Ma il paese non si arrende: e allora si sgancia la seconda bomba su Nagasaki, dove armi e bombe venivano prodotti. Il Giappone, dopo due bombe, ancora senza una vera cognizione di cosa fosse successo, assiste ad un altro primato della storia: il 14 agosto del ’45 l’imperatore fa sentire per la prima volta la sua voce via radio, e conferma la resa del paese. I motivi della resa sono tanti, ma uno su tutti lo possiamo capire, soprattutto a posteriori: continuare la guerra avrebbe voluto dire condannare l’umanità.

I bombardamenti atomici sono quegli avvenimenti che ci lasciano sempre immobili e ammutoliti: insieme ai grandi stermini che si sono verificati (una su tutti, ovviamente, la Shoah) sulla nostra Terra, è difficile parlarne. Come si può fare? Cosa si può dire? Si può dire tutto? È meglio il silenzio o e più rispettoso parlarne, ricordarne e tenerne sempre viva l’attenzione?

È lo stesso quesito davanti a cui mi sono trovata oggi: come parlare di Hiroshima? Lasciarsi trasportare dal racconto, anche nei suoi più macabri particolari? Lasciare parlare i testimoni? Raccontare o stare in silenzio?

Ho deciso, allora, di parlarvi di una delle prime testimonianze sui bombardamenti, per due motivi essenziali: la testimonianza diretta è impareggiabile e, chi se ne è occupato, è stranamente un americano.

Infatti il 31 agosto del 1946, a più di un anno di distanza dall’accaduto, sul New Yorker un giornalista di nome John Hersey rompe il silenzio: è la prima volta che il pubblico americano si trova faccia a faccia con l’accaduto. È proprio un nemico, un cittadino USA, a raccontare cosa sia successo: un omaggio alla dignità e alla forza di un popolo che si è trovato in ginocchio, ma non ha mai smesso di lottare. La voce narrante, semplicemente, si immedesima con i sei personaggi del racconto: non c’è giudizio, non c’è accusa o giustifica.

Alla fine, davvero servirebbe denunciare e sottolineare la responsabilità americana? No, è inutile: sono i fatti a parlare.

Il racconto ci dice quando è accaduto attraverso la testimonianza diretta di questi sei personaggi, anche se non li fa mai parlare davvero: è un articolo romanzato, un’intervista che cede spontaneamente la parola agli intervistati. Forte, diretta, esplicita: cosa è accaduto a queste donne e a questi uomini, in quei giorni?

Ci sono un’impiegata, un medico, una vedova di un sarto, un prete tedesco (unico non giapponese), un chirurgo e un reverendo: cosa li accomuna? Essere sopravvissuti.

Il testo è diviso in 4 sezioni: la prima racconta l’istante esatto, le 8.15, lo scoppio. Poi il tempo si accelera, arrivando nell’ultima parte anche a parlare di diversi mesi dopo l’accaduto. La scelta è vincente: mano a mano che si allenta la tensione, che l’emergenza passa (anche se non passerà mai effettivamente), le cose scorrono più velocemente. Ma lo stupore e l’attonimento dei primi momenti è quello che vi fermerà letteralmente il cuore, oltre che il tempo del racconto.

Cosa accade quando scoppia una bomba atomica? Prima di tutto, c’è un enorme flash, come se fosse mezzogiorno in estate: tutti i personaggi hanno avuto la fortuna di non vedere lo scoppio. Infatti, quel flash, da solo, può accecare. Lo scoppio, però, è senza suono: come puoi capire che è scoppiata una bomba, senza il minimo rumore?

Poi, solo terrore: l’atomica, a contatto con l’aria, brucia tutto. Le case crollano, le persone svaniscono nel nulla: se sei troppo vicino, di te rimane solo l’ombra. Le casupole in legno bruciano e evaporano: solo il cemento armato rimane su. Chi non viene annullato dallo scoppio, brucia come le case: la pelle si lacera e il sangue scorre.

Quelle ferite, a distanza di anni, non si rimarginano: ma sul momento gli uomini non lo sanno. Sanguinano, urlano, cercano i propri cari: la loro pelle svanisce come le case.

Mentre tutto brucia puoi fare solo una cosa: dirigerti in ospedale, se ancora esiste. Inutile dire che mancano medicinali, dottori, corrente: il dottor Sasaki, uno dei narratori/personaggi, non tornerà a casa per settimane, cercando di salvare vite.

Quando l’aria stessa brucia vuoi solo una cosa: bere. Tutti si precipitano al fiume della città, dove l’ospedale Fuji, per lo scoppio, è scivolato dentro. Bevono: ebbene, l’acqua contaminata da una bomba atomica provoca vomito e diarrea istantanei. Chi credeva di trovare ristoro, peggiora la sua situazione. Nessuno ha più i vestiti: se sono fortunati, è la pelle che li ricopre. Si alza anche il vento, che alimenta il fuoco: polvere, fiamme e sangue.

Questo è il risultato di una bomba atomica.

6 agosto 1945: attacco nucleare a Hiroshima. Come raccontare l'orrore?Però, se sei un giapponese, colto o meno, nel 1945 non sai cosa sia successo: pensi ad un bombardamento, vedendo il fuoco. Eppure non ti capaciti come un solo aereo abbia scatenato l’inferno in terra: in quel momento, e per giorni, vedrai cadaveri e corpi che ti chiederanno aiuto. Non capisci cosa sia successo, perché l’acqua ti faccia stare male o perché le piante – per le radiazioni – crescano rigogliose: non capisci assolutamente cosa sia successo. C’è solo il caldo asfissiante e la morte in ogni angolo. Inutile dire che per mesi la situazione sarà questa: le ferite che non guariscono, né quelle del corpo né quelle dell’anima.

Ma l’occhio americano di Hersey ci dà, in questo scenario apocalittico, un segno di speranza: il Giappone, finita la guerra, ricostruisce. Alza le sue maniche e si rimette in gioco: anche se non si è ancora capito bene cosa sia una bomba atomica e cosa siano le radiazioni, è come se in tutto il paese i cittadini si tenessero per mano, facendosi forza l’un l’altro.

L’ultima parola del romanzo, però, ci fa capire come non si possa cancellare tutto con un colpo di spugna: “morte” è la sua conclusione. Pronunciata da un bambino, che narra la sua testimonianza in un tema a scuola: i suoi amici cercavano i genitori ma la mamma della sua amichetta.. è morta. Punto. Nessun’altra parola serve, ahimè.

Gli hibakusha, in giapponese, non sono i sopravvissuti: sono solo coloro che hanno visto l’atomica. Non vogliono essere ricordati per non essere morti, per essere testimoni in vita: vogliono essere ricordati per le loro cicatrici, per il dolore e la distruzione. Perché all’atomica, purtroppo, non si sopravvive: è sempre con te, tra dolore e deformazioni, tra figli malnati e mai nati.

Descrivere l’orrore è difficile, forse non è condivisibile: ma era giusto, credo, che gli americani sapessero. Che il mondo sapesse: ecco cosa può un little boy.

Forse, se a distanza di anni, nonostante molti paesi abbiano armi atomiche, non se n’è ancora fatto uso, queste testimonianze qualcosa ci hanno insegnato.

Forse, l’inumanità caduta su Hiroshima e Nagasaki ha davvero salvato l’umanità.

È questo il modo in cui finisce il mondo
È questo il modo in cui finisce il mondo
È questo il modo in cui finisce il mondo
Non già con uno schianto, ma con un lamento.

Gli uomini vuoti, T.S. Eliot

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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