«Ye are many, they are few»: Percy Bysshe Shelley, tra anarchia e poesia

0 973

Parlare di Percy Bysshe Shelley (Field Place, Sussex, 4 agosto 1792 – Viareggio, 8 luglio 1822) è un grande onore e un onere, perché non significa solo dar conto di uno dei più importanti protagonisti della seconda fase della poesia romantica inglese (assieme a Byron e John Keats), ma anche dare contezza ai lettori di un paladino dei diritti civili e della lotta contro le ingiustizie, in un’Europa e in un’Inghilterra dove queste ultime erano (e sono) all’ordine del giorno.

«Ye are many, they are few»: Percy Bysshe Shelley, tra anarchia e poesia
Percy Bysshe Shelley

Shelley dà subito prova di uno spirito ribelle e indomabile sin dall’infanzia: genio precoce, nel suo romanzo gotico Zastrozzi (1810) esprime la sua visione atea attraverso il personaggio eponimo. Come sovente accade, sono gli anni universitari che plasmano la personalità di un individuo e, a Oxford, il giovane scrittore fuga qualsiasi dubbio sulla sua fede attraverso il pamphlet The Necessity of Atheism (“La necessità dell’ateismo”, 1811). Da un punto di vista contenutistico, tuttavia, è opportuno specificare che l’ateismo dell’autore è in realtà un agnosticismo, poiché egli sintetizza che non è possibile dimostrare l’esistenza di Dio. 

Il carattere anarchico, agnostico e ribelle di Shelley è ben espresso da Prometheus Unbound (“Prometeo liberato”, 1820), la celebre Ode to the West Wind (“Ode al vento dell’ovest”, 1819) e The Mask of Anarchy (“La maschera dell’anarchia”, 1819, pubblicato postumo nel 1832). La figura di Prometeo è cara al romanticismo: egli incarna il titanismo, quello Streben, cioè la tensione verso un miglioramento della società e del mondo (lo stesso Goethe aveva dedicato una sua opera al mitico personaggio greco). Il Prometeo di Shelley detronizza Zeus, come l’eroe romantico ricostruisce un nuovo ordine sconfiggendo le pastoie conservatrici, dando vita a un nuovo ordine politico-civile in terra. Non è un caso che il Frankenstein della moglie di Shelley, la celebre Mary, abbia come sottotitolo il moderno Promoteo, poiché il dottor Frankenstein intende sfidare il ritmo biologico vita-morte.

Ozymandias

Diverso è invece il contesto di The Mask of Anarchy: concepito come uno scritto d’occasione dopo il massacro di Peterloo a Manchester, dove il governo conservatore aveva massacrato la folla in rivolta, Shelley invita il suo popolo a far sentire la sua voce, a ribellarsi contro l’ordine costituto e detronizzare il governo. Ho intitolato questo articolo con i versi finali di quest’opera, «Ye are many, they are few», perché non soltanto riassumono l’approccio shelleyano alla politica, ma anche perché questi versi sono stati recentemente utilizzati dal leader del Labour, Jeremy Corbyn, il quale li ha letti pubblicamente pochi giorni fa, ma sono stati anche il fil rouge della sua campagna elettorale alle ultime politiche inglesi. L’Ode è invece un’esaltazione dello spirito rivoluzionario americano: per poter capire il messaggio della poesia è necessario focalizzarsi sui versi finali:

If Winter comes, can be Spring be far behind?

Se giunge l’inverno, quanto manca alla primavera?
(traduzione mia)

Quella primavera rappresenta il cambiamento di cui Shelley si fa araldo.

Prometheus Unbound

Fondamentali sono anche i pronunciamenti del letterato britannico in materia di poesia. In A Defence of Poetry (“Difesa della Poesia”, 1821) egli sintetizza che i poeta sono dei legislatori o, utilizzando un termine caro alla filosofica platonica, dei demiurghi, i creatori e gli ordinatori del mondo. Tuttavia essi esprimono il loro talento soltanto sono quando sono ispirati (caratteristica tipica di ogni intellettuale romantico) e, per illustrare la nozione di ispirazione, Shelley ricorre a una bellissima metafora: quella del carbone che sta per spegnersi, ma che improvvisamente si riaccende.

Un’eco biblica è invece forte in Ozymandias (1818), un sonetto in cui sembra di sentire i versi dell’Ecclesiaste veterotestamentario. Ozymandias è il nome greco del faraone Ramses il Grande, ma, come osserva sarcasticamente il poeta, di tutta la sua potenza e di tutta la sua grandezza, non rimangono che una statua ormai infranta e distrutta dal passare del tempo. Sic transit gloria mundi, sembra dire Shelley.

Il mondo ha bisogno di personaggi come Shelley: immaginifici, utopici e, soprattutto, ardenti ribelli pronti a dare la vita per un mondo diverso, più giusto ed equo.

Concludiamo con i versi finali di The Mask of Anarchy:

Rise like Lions after slumber
In unvanquishable number —
Shake your chains to earth like dew
Which in sleep had fallen on you —
Ye are many — they are few.

Alzatevi dunque come leoni dopoché si sono svegliati
In numero invincibile
Scuotete le vostre catene sulla terre come se fossero rugiada
Che, nel sonno, erano cadute su di voi
Voi siete tanti – essi sono pochi 
(traduzione mia)

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.