Italicus: il treno della morte simbolo di una strage senza memoria

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È la notte tra il 3 e il 4 di agosto del 1974: il treno Italicus, tratta Roma – Monaco di Baviera, compie il suo ultimo viaggio. Fa caldo, i vagoni stretti, la pelle attaccata ai sedili, la luce filtra appena e dai finestrini il nero avvolge ogni cosa. È un’estate come tante: le scuole sono chiuse, i lavoratori finalmente sono in ferie e gli studenti senza il pensiero degli esami: si va in vacanza, si raggiungono gli amici, i familiari, magari una persona cara. La terza classe è un inferno: bambini che piangono, gente ammassata che dorme; ma non importa, non importa perché è solo un viaggio in treno, un normalissimo viaggio in treno.

San Benedetto Val di Sambro: l’Italicus viaggia in ritardo. Una cosa normale. Sono esattamente le ore 01.23: sta uscendo da una galleria e l’Appennino tosco-emiliano a breve sarà soltanto un ricordo; s’intravede già la pianura, s’intravedono le luci della città.

Italicus: il treno della morte simbolo di una strage senza memoria
Carrozza del treno

Poi d’improvviso un rumore sordo.

Un ordigno, un maledetto ordigno composto da amatolo e termite esplode su quel maledetto treno. Nunzio Russo, Marco Russo, Maria Santina Carraro, Elena Donatini, Nicola Buffi, Herbert Kontriner, Tsugufumi Fukuda, Antidio Medaglia, Elena Celli, Raffaella Garosi, Wilhelmus Hanema perdono la vita drasticamente. Il macchinista, Silver Sirotti, cerca in tutti i modi di salvare quelle povere persone immerse tra le fiamme, ma di lì a poco anche la sua vita si spezzerà come quella degli altri passeggeri.

Una bomba, una delle tante; che decennio quello dal Settanta circa all’inizio degli anni Ottanta. Che anno travagliato quel ’74: referendum sul divorzio in Italia, lo scandalo Watergate negli USA, la rivoluzione dei garofani, lo scontro tra Grecia e Turchia.

Per quelle dodici vittime vennero condannate all’ergastolo Mario Tuti e Luciano Franchi, esponenti del gruppo neofascista Ordine Nero. Dalle indagini risultò che l’ordigno venne piazzato sulla quinta carrozza alla stazione di Firenze Santa Maria Novella. Ordine Nero, un nome noto… eredi naturali di Ordine Nuovo, sciolto nel ’73 dopo i fatti di Piazza Fontana e per le pericolose attività della cellula veneta. Anni in cui l’estremismo fascista era dannatamente ben organizzato, anni in cui il tritolo si trovava come un qualsiasi tipo di merce, con una facilità disarmante.

Per le dodici vittime dell’Italicus non c’è stata giustizia: il 16 dicembre 1987 il giudice Corrado Carnevale della Corte di Cassazione, l’ammazza sentenze, rese nulle le condanne a Tuti e Franci emesse dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna. Successivamente, nel 1992, la Corte di Cassazione mise definitivamente la parola fine ai procedimenti a carico dei due neofascisti. Per la giustizia italiana i colpevoli della strage dell’Italicus non hanno ancora un nome.

Italicus: il treno della morte simbolo di una strage senza memoria
I corpi senza vita dei viaggiatori

Eppure tutti sanno quello che accadde su quel maledetto treno, così come tutti sanno cosa accade a piazza Fontana e nella questura milanese, a piazza della Loggia o a Gioia Tauro. Tutti sanno ma nessuno quasi ne parla più, come se i crimini commessi non meritassero un’attenzione particolare o il ricordo delle istituzioni e dei media. Ditelo alla famiglia Sirotti, che piange il defunto su una medaglia d’oro al valor civile, o a tutte quelle povere persone che nel giro di pochi minuti hanno perso i propri cari per via di un’azione compiuta nel nome di un’ideologia tanto stupida quanto violenta.

Le bombe in Italia erano all’ordine del giorno in quel tempo: gli Anni di piombo e la strategia del terrore hanno caratterizzato e caratterizzano ancora la storia contemporanea del nostro Paese. La cosa che fa rabbia, oltre che rabbrividire, è che nonostante le tante fonti e prove, molti di questi casi siano stati archiviati o siano ancora aperti.

Il segno però, la ferita che hanno lasciato nell’opinione pubblica e nei parenti delle vittime è ancora aperta e brucia, brucia più che mai.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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