William S. Burroughs, un genio che non smise mai di imparare

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Burroughs e Kerouac
Burroughs e Kerouac

William Seward Burroughs II, scrittore, saggista e pittore statunitense, nasce a Saint Louis, nel Missouri, il 5 febbraio 1914 da una ricca famiglia affermata nella produzione di calcolatrici meccaniche. Iscrittosi al corso di Letteratura inglese alla Harvard University, mostra già da ragazzo di non voler seguire le orme di famiglia. I genitori, tuttavia, accettano di buon grado la sua scelta e lo sostengono economicamente, in fondo contenti di poter tenere lontano da casa un figlio “scomodo”: alto e sottile, William ha tendenze omosessuali. D’altronde, è lui stesso a voler allontanarsi dalla famiglia e poi a voler intraprendere un cammino di emarginazione sociale. Teatro della sua “discesa agli inferi” è la grande New York, il melting pot  in cui il giovane borghese si mescola ai più ignobili esponenti dei bassifondi. Prova ogni tipo di droga con lo stesso interesse scientifico di un chimico, annota i pensieri deliranti e le visioni. Spende tutto il denaro per la sua tossicodipendenza e, perso il sostentamento familiare, prova i più svariati lavori, tra cui anche il disinfestatore. In un turbine di esperienze ovattate dalle massicce dosi di morfina, trascina il suo corpo magro tra New York, Londra, Parigi, Berlino, Tangeri e Città del Messico. Proprio qui, dopo essersi sposato con un’amica con cui condivideva la dipendenza da droghe (pur essendo lui dichiaratamente omosessuale) e aver avuto da lei un figlio (che morirà a soli 33 anni a causa di una cirrosi epatica), avviene la tragedia. Nell’imitare Guglielmo Tell con una pistola al posto dell’arco, uccide la moglie. Non viene tuttavia condannato per uxoricidio e il senso di colpa mai espiato lo perseguiterà per tutta la vita. Scappa a Tangeri, e qui è raggiunto dagli amici di una vita: Jack Kerouac e Allen Ginsberg, i maggiori esponenti della beat generation.

Dal baratro esistenziale della tossicodipendenza affiorano due capolavori: La scimmia sulla schiena (1954) e Il Pasto Nudo (1959).

Burroughs con David Bowie
Burroughs con David Bowie

La scimmia sulla schiena (il cui titolo fa riferimento ai dolori alla schiena causati dall’astinenza di morfina e eroina) risulta essere nel complesso un’analisi lucida della tossicodipendenza, un’indagine antropologica sugli effetti della droga condotta sulla propria pelle. Dall’interesse documentario si passa all’ondeggiare delirante della coscienza: ne Il Pasto Nudo l’autore abbandona la trattazione sistematica degli avvenimenti per adottare una forma a metà strada tra la scrittura aforistica e il flusso di coscienza. Nonostante siano assenti legami logici tra gli spezzoni del libro, è riconoscibile una trama che fonde autobiografia, fantascienza e narrativa distopica: il protagonista, Lee, doppio dell’autore, passa le sue giornate in preda ai deliri per la dipendenza da morfina ed eroina. Lo stile del libro evidenzia la sconnessione dei pensieri  di una mente fuori di sé, che tuttavia è ancora abbastanza lucida per rendersi conto della propria condizione e di analizzarla con un humour cinico e amaro. Nella seconda parte del libro si tratta il tema del controllo delle menti da parte delle istituzioni statali, con la figura del Dottor Benwey, a capo del Centro di Ricondizionamento della Repubblica, in cui il recupero dei tossicodipendenti avviene attraverso il lavaggio del cervello. Il titolo del libro fu suggerito da Kerouac e indica il momento di gelo in cui ci si accorge di cosa abbiamo sulla punta della forchetta, lo stesso gelo che coglie il tossicodipendente quando guarito si rende conto di cosa ha ingurgitato per anni, ma non solo, anche la nuda consapevolezza di essere imboccati da un lungo cucchiaio fatto di giornali, ovvero i mezzi d’informazione.

Accanto al tema della tossicodipendenza emerge nelle opere di William S. Burroughs un altro tema da lui indagato con interesse antropologico: l’omosessualità. Nel libro Queer (vergognosamente pubblicato in italia nel 1985 con il titolo Checca) il protagonista è sempre Lee, il suo alter ego, che si muove nei bassifondi di Città del Messico (“Interzona”), dove vive un rapporto di sesso mercenario con un turista. Le brame del corpo non sono altro che l’estrema espressione di un desiderio vitale: trovare Yage, una droga estratta da una liana, capace di far controllare le menti umane.

L'incontro tra Burroughs e Kurt Cobain
L’incontro tra Burroughs e Kurt Cobain

La narrativa di Burroughs è un continuo perdersi in un abisso senza speranza, un unico racconto di morte spirituale di  un moderno Dante Alighieri che scende negli inferi del mondo contemporaneo con lo scopo di riferire le sue scoperte dopo essersi redento. Genio o delinquente, William S. Burroughs ha lasciato segni indelebili su un’intera generazione: fu padre spirituale e guida intellettuale per Kerouac e Ginsberg; nel 1968 i Beatles inseriscono la sua effige sulla copertina dell’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band; nel 1972 David Bowie si ispira al suo libro Ragazzi Selvaggi (1969) per i costumi di Ziggy Stardust; negli anni ottanta i Duran Duran lo celebrano con la canzone Wild Boys; nel 1993 gli fa visita Kurt Cobain e insieme incidono un disco in cui il ragazzo accompagna con la chitarra lo scrittore che legge alcune opere.  Il suo ritratto più chiaro e sincero emerge dalle parole affettuose che Kerouac gli dedica nel suo romanzo Sulla strada:

Ci vorrebbe una notte intera per raccontare di Old Bull Lee; per adesso diciamo solo che faceva l’insegnante, e a buon diritto, si può dire, perché passava tutto il tempo a imparare; le cose che imparava erano quelle che considerava e chiamava “i fatti della vita”; le imparava non solo per necessità, ma per scelta.

William S. Burroughs muore a Lawrence il 2 agosto 1997, stroncato da un attacco di cuore all’età di 83 anni. Una morte ordinaria per un uomo dalla vita straordinaria e “dissoluta”.

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

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