«Meditate che questo è stato»: l’insegnamento fondamentale di Primo Levi

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«Meditate che questo è stato» può considerarsi l’inciso essenziale della vita di Primo Levi, scrittore e chimico italiano, sopravvissuto alla Shoah. Queste cinque parole dischiudono un universo che si presenta come un vero e proprio inferno terreno: l’Olocausto. Sono un ammonimento per il futuro ed un argine all’oblio della storia: da una parte stanno a significare che «è accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo» (come affermato più volte dallo stesso Primo Levi), dall’altra che non ci si deve rassegnare all’idea che i lager nazisti siano esistiti e basta.

Auschwitz. campo di concentramento

Come se fossero stati la pagina di un passato da consegnare alle cronache dei tempi.

Non può e non deve essere trattato (solo) come un avvenimento storico da imparare su un anonimo libro scolastico. È qualcosa che non potrà mai essere compresa fino in fondo (per fortuna) da coloro che non hanno vissuto quei fatti sulla propria pelle, ma questo non esonera le nuove generazioni dal cercare di arrivare il più vicino possibile alla comprensione di ciò che fu. Perché è davvero accaduto. Questa statuizione deve essere impressa a fuoco nella memoria collettiva, in modo da rigettare al mittente qualsiasi velleità negazionista.

L’incubo iniziò a finire con le liberazioni da parte dell’esercito alleato dei centri di concentramento. In un certo senso tutti furono liberati ed uccisi allo stesso tempo: chi, da morto, non vide proseguire la vita aldilà del filo spinato, ma fu riportato a casa per essere sepolto degnamente (o almeno non fu dimenticato), e chi, da vivo, uscì con le proprie gambe da quei gironi infernali, ma lasciò lì parte della propria anima. Non è banale individuare chi abbia avuto sorte migliore.

Primo Levi
Se questo è un uomo, Primo Levi

Tra i superstiti vi fu, appunto, anche Primo Levi. Nato a Torino il 31 luglio 1919, l’anno 1944 fu lo spartiacque della sua esistenza: fu deportato ad Auschwitz, dove svolse lavori pesanti per diversi mesi, dopo i quali svolse la propria professione di chimico presso un laboratorio della Buna. La sua prigionia si estese per circa un anno, la liberazione era alle porte: l’11 aprile 1945 i soldati statunitensi liberarono il campo di concentramento di Buchenwald. Nello stesso giorno del 1987, esattamente 42 anni dopo, Levi si suiciderà (secondo l’ipotesi più avvalorata) lanciandosi dalle scale della sua casa di Torino. La difficile situazione familiare e i tormenti degli orrori dei lager si reputano essere alla base del (presunto) gesto estremo. Levi dedicò al racconto dell’incubo del lager gli anni successivi alla guerra. Il risultato di questa esigenza furono libri come La tregua (1963) e Se questo è un uomo (1947), l’opera che donerà il chimico alla schiera degli scrittori concentrazionari, coloro che hanno raccontato l’atroce realtà dei campi di concentramento, nazisti e non solo.

Nel libro Se questo è un uomo Primo Levi racconta la sua esperienza in 17 capitoli: dalla sua cattura, e deportazione nel campo di raggruppamento degli ebrei di Fossoli, fino all’arrivo dei sovietici (27 gennaio 1945). Le narrazioni incentrate sulla vicende personali dell’autore, l’analisi pragmatica (quasi scientifica) dei rapporti sociali esistenti nei campi, dove le comuni regole della convivenza civile furono spazzate via e solamente i più accorti e scaltri potevano sperare di sopravvivere nella speranza di non morire prima dell’arrivo degli Alleati, e le riflessioni su grandi temi esistenziali, come la dignità umana e l’amicizia, si intrecciano in modo da consegnarci un quadro assolutamente veritiero e incredibilmente efficace di ciò che accadde in quei campi (per di più in mesi nei quali le condizioni dei prigionieri erano considerate migliori rispetto a quelle degli anni precedenti). Non è un caso se l’autore ha cura di sottolineare come nulla di ciò che scrive è frutto della sua fantasia. È ben comprensibile come l’immaginazione dello scrittore non avrebbe avuto modo di addurre nient’altro: i fatti superarono qualsiasi perversa ed oscura fantasia.

Primo Levi
Simon Wiesenthal

I nazisti furono abituati a degradare i prigionieri in modo da non avere rimorsi nell’infliggere torture disumane: il senso di colpa veniva appianato dalla considerazione che non fossero considerati uomini. Simon Wiesenthal, scrittore e ingegnere austriaco, altro sopravvissuto all’Olocausto, racconta che le SS ammonivano le vittime affermando che, a prescindere dall’esito della guerra contro gli Alleati, la guerra contro gli ebrei era stata vinta, poiché non sarebbe rimasto nessun superstite per raccontare l’accaduto, o comunque ai superstiti nessuno avrebbe creduto a causa dell’incredibile mostruosità dei fatti.

Dunque oggi, al fine di conservare la memoria del passato e di salvaguardare il futuro, è sempre più importante riaffermare

Meditate che questo è stato.

Pierfrancesco De Felice per MIfacciodiCultura

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