Milton Friedman, o delle illusioni del libero mercato

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In linea di massima, io non ho nessuna stima per l’economia, che non reputo una scienza in quanto avente per oggetto di studio teorie ed assiomi assolutamente arbitrari, tanto quanto le regole di un gioco qualsiasi; con la rimarchevole diversità che gli effetti del gioco in questione ricadono non su chi ha stabilito le regole ma sulla massa della popolazione globale che su esse non ha alcun controllo (non conoscendone, spesso, neppure l’esistenza). Si ha un bel dire che chi non capisce la valenza di un gioco che coinvolge l’esistenza degli individui (e anche delle masse, delle culture e molto altro) merita di perdere: di fatto, vale l’Articolo Quinto, ossia chi ha la cassa ha già vinto, poiché nessuno di coloro i quali stabiliscono le regole contempla la possibilità di perdere. Sempre in linea di massima, e sempre a mio modesto avviso, tra gli economisti il nadir delle mie simpatie va ai cosiddetti monetaristi, la versione teoretica degli speculatori alla George Soros per intenderci: coloro i quali accettano senza problemi una elevata disoccupazione pur di avere una bassa inflazione, ovverosia coloro i quali pontificano i sacrifici degli altri: non so se si possa definire un monetarista, ma Mario Monti riflette in pieno almeno questa ultima parte della definizione. Non è perciò possibile che Milton Friedman (Brooklyn, 31 luglio 1912 – San Francisco, 16 novembre 2006) incontri le mie simpatie, che se proprio debbono andare da qualche parte vanno in direzione dell’asse Galbraith – Keynes.

Milton Friedman, o delle illusioni del libero mercato
Milton Friedman

Però, se poi si approfondisce lo studio del personaggio, ci accorgiamo che la faccenda è molto peggiore ed il fatto che le idee di Friedman siano state alla base delle scelte liberiste della Thatcher e di Ronald Reagan (esiste un fenomeno culturale più triste e squallido di quello noto col nome di edonismo reaganiano? Io non credo), ivi compreso il rifiuto dell’ottica stakeholder e della responsabilità sociale d’impresa, passano in secondo piano rispetto ai legami col regime dittatoriale di Augusto Pinochet in Cile.

Il dittatore cileno intraprese riforme di stampo liberista, per le quale si avvalse anche di consigli direttamente impartitigli dall’economista, che gli spiegò la possibilità dell’applicazione del liberismo (sic!) alla realtà cilena: attaccato per questo, Friedman si difese asserendo che la politica economica non è legata al rispetto dei diritti umani. Non arriviamo a dire che è la pallottola ad uccidere e non chi preme il grilletto, ma siamo comunque al livello per cui un arsenale nucleare non è né buono né cattivo, ma dipende dall’uso che se ne fa.

Ritorniamo, quindi al concetto di gioco: uno dei “contributi” maggiori all’economia da parte di Milton Friedman viene dalla teoria quantitativa della moneta, ossia una teoria secondo la quale i prezzi generali sono correlati positivamente (se cresce l’uno cresce l’altra e viceversa) alla quantità di moneta; inoltre, la quantità di moneta disponibile determina il valore della moneta stessa.

È evidente che come la filosofia è la forma più alta ed empatica del pensiero umano, così l’economia rappresenta quella più bassa e disempatica; il pensiero di Friedman, peraltro, è anche fondamentalmente privativo delle libertà individuali, il che rende particolarmente beffardo un termine come liberista. «Penso che sia abbastanza chiaro che Friedman è uno statalista. Voglio dire, se siete per lo Stato che controlla la riserva monetaria, il sistema educativo ed un reddito annuale garantito, è detto tutto» ebbe a dire uno dei maggior detrattori di Friedman, economista che definì le teorie dell’avversario totalitarie e stataliste.

Questo, nel 1971. Fa specie, in effetti, leggere poi dal Sole 24 Ore, in occasione del centenario della nascita di Friedman, una tendenza ad un giudizio apparentemente opposto:

In un tempo dove lo scetticismo riguardo i mercati era rampante, Friedman spiegò in un linguaggio limpido e accessibile che l’impresa privata è il fondamento della prosperità economica. Tutte le economie di successo sono basate sulla parsimonia, sul duro lavoro, e sull’iniziativa individuale. Egli si scagliò contro la regolamentazione statale che intralcia l’imprenditoria e vincola i mercati. Ciò che fu Adam Smith per il diciottesimo secolo, Friedman lo è stato per il ventesimo.

Con il suo zelo nel promuovere il potere dei mercati, finì per marcare una distinzione troppo netta tra il mercato e lo Stato. A tutti gli effetti, presentò il governo come nemico del mercato. E ci rese dunque ciechi di fronte all’evidente realtà che tutte le economie di successo sono, di fatto, delle economie miste. 

Milton Friedman, o delle illusioni del libero mercato
Milton Friedman

Premio Nobel nel 1976, Milton Friedman pare avere in sostanza in mente un concetto: che l’economia ruoti intorno all’impresa privata, oppure attorno ad un perno statalista, l’importante è salvaguardare la proprietà, o meglio i proprietari-azionisti: al servizio di questi sono anche i manager, che altro non sono che dipendenti e altro ruolo non hanno se non salvaguardare gli interessi della proprietà.

E quindi la domanda è: i grandi dirigenti, all’interno della legge, hanno responsabilità nei loro affari al di fuori di fare il più possibile soldi per i loro azionisti? E la mia risposta a questa domanda è: no, non ne hanno. Come stupirsi quindi se il 17 ottobre 1988 la Medaglia presidenziale della libertà gli fu conferita da un soggetto come Reagan, che condivideva la sua visione liberale e liberista dell’economia?

Torniamo al concetto di prima, aggravato: chi ha la cassa non solo ha già vinto, ma va anche lasciato libero di agire come gli pare, concetto che potremmo definire friedmanismo alla Berlusconi, “liberista dichiarato” il cui partito nella release Forza Italia ebbe Friedman come riferimento economico nella corrente liberale/liberista. Con tutta probabilità, i forzisti non lessero, o se lessero non contemplarono, o se contemplarono non capirono, il pensiero di Friedman su certi “affaristi”: con qualche notevole eccezione, gli uomini d’affare favoriscono la libera impresa in generale ma s’oppongono ad essa quando questa viene a riguardarli.

Poco ci importa se Friedman ebbe un ruolo singolare antiproibizionismo delle droghe leggere, dato che a fronte di un ragionamento anche rigoroso emerge prepotente la visione economica e non umanistica del problema delle tossicodipendenze (ma ormai emerge ovunque).

Nondimeno, anche nell’opera di Friedman possiamo trovare alcuni aspetti positivamente interessanti: uno di questi, la visione della creazione dell’Euro:

La spinta per l’Euro è stata motivata dalla politica, non dall’economia. Lo scopo è stato quello di unire la Germania e la Francia così strettamente da rendere una possibile guerra europea impossibile, e di allestire il palco per i federali Stati Uniti d’Europa. Io credo che l’adozione dell’Euro avrà l’effetto opposto. Esacerberà le tensioni politiche convertendo shock divergenti che si sarebbero potuti prontamente contenere con aggiustamenti del tasso di cambio in problemi politici di divisioni. Un’unità politica può aprire la strada per un’unità monetaria. Un’unità monetaria imposta sotto condizioni sfavorevoli si dimostrerà una barriera per il raggiungimento dell’unità politica.

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Bush e Milton Friedman nel 2002

A lungo presente in televisione col programma degli anni ’80 Friedman Free to Choose, l’economista trasmetteva un’immagine accattivante con un fisico minuto, un viso sorridente e modi cortesi. Con una simile immagine, e col dubbio circa quanto profonda fosse la sua conoscenza dell’Italia (ma di quanto stiamo per citare il soggetto erano gli USA, ovviamente), ci piace comunque immaginarlo mentre pronuncia un qualcosa gravido di umorismo e serietà come: «Io ringrazio Dio per l’inefficienza del governo. Se il governo fa cose cattive, c’è solo l’inefficienza che impedisce al danno di diventare più grande».

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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