Jean Dubuffet e l’Art Brut: liberare l’istinto è una questione ideologica

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Dal 1976 Losanna ospita il museo Collection de l’Art Brut, una collezione d’arte fuori dal comune iniziata da un ricco commerciante di vini, poi divenuto pittore e scultore, vissuto nel secolo scorso tra la Francia e l’America. Jean Dubuffet, nato a La Havre il 31 luglio 1901 e morto a Parigi il 12 maggio 1985. A Dubuffet spetta il merito di aver incoraggiato e sostenuto con grande rigore, nel corso della sua lunga vita, quello che lo psichiatra Vittorino Andreoli ha definito il linguaggio grafico della follia e in generale l’espressività non imbrigliata nelle trame della ragione o in quelle della consuetudine iconografica e stilistica.

Jean Dubuffet e l'Art Brut: liberare l'istinto è una questione ideologica
Bocal à vache (1943)

La collezione del museo di Losanna è costituita da pitture, sculture e disegni raccolti da Dubuffet a partire dalla seconda metà del secolo. Il percorso artistico di Jean Dubuffet non fu lineare: sostanzialmente autodidatta, abbracciò definitivamente l’arte tra nel 1951. Con la pittura, e in seguito con la scultura, egli diede una forma concreta alla sua passione nei confronti di un’espressività estranea alla cultura dominante. Un’arte sciolta dai vincoli della tradizione, un’arte alienata prodotta da individui ai margini della società, o comunque estranei al sistema-arte.

L’Art Brut, letteralmente “arte grezza”, si contrappone consapevolmente all’arte bella o arte colta. L’Art Brut, così definita da Dubuffet nel 1945, è un’arte rozza, primordiale, non mediata, spesso scandita da una ritualità incontrollabile. Include l’arte dei popoli cosiddetti primitivi, quella dei bambini, dei malati psichiatrici, dei carcerati. È la grezza espressione di una visione libera da vincoli culturali, di coloro che vivono in condizioni di reclusione, costrizione o marginalità, ossia degli artisti inconsapevoli che vivono, spesso loro malgrado, all’insegna dell’esclusione sociale. La ricerca di Dubuffet non fu solo artistica, ma soprattutto antropologica: qual è il legame tra espressione artistica e follia? Non fu solo un fatto estetico, ma una questione ideologica.

Nel secondo dopoguerra il dibattito artistico ruotò sostanzialmente attorno alla contrapposizione tra arte figurativa e arte aniconica. Nella disputa si insinuò un nuovo linguaggio, lontano sia dalla mimesis naturalista, sia dall’astrazione: l’arte Informale è un multiforme insieme di stili, un linguaggio duttile che si presta al recupero dell’istinto e dell’inconscio. In essa è possibile scorgere tre declinazioni: materia, segno, gesto. Nell’arte di Jean Dubuffet, così come in quella, ad esempio, di Jean Fautrier e Alberti Burri, la materia è dominante sugli elementi segnici e gestuali: la materia ha una valenza espressiva, spesso brutale, che mette in crisi la dicotomia pittura-scultura. L’Informale materico valorizza le qualità semantiche della materia, attraverso la quale l’artista spesso libera le proprie pulsioni cercando le qualità espressive ed emotive intrappolate nella materia, rendendola melmosa, oppure dura come un detrito, o fragile come terra spaccata dal sole.

Jean Dubuffet e l'Art Brut: liberare l'istinto è una questione ideologica
Monsieur Plume with Creases in his Trousers (Portrait of Henri Michaux, 1947)

La materia di Dubuffet potrebbe essere definita burrosa. Dopo aver spalmato velocemente il supporto di pittura o impasto, Dubuffet proseguiva con spatole e lame incidendo la superficie, quasi un lavoro scultoreo di aggiunta e sottrazione. Su sfondi i cui colori acidi o carnosi possono suscitare un’attrattiva macabra, galleggiano esili figure appena abbozzate, veri e propri graffiti nell’impasto. Paesaggio ed essere viventi sembrano un’unica creatura buffa, puerile, anti-graziosa. Nella serie dei Corpi di donne il corpo è grottesco e scomposto, al limite dell’umano: un inno alla fertilità, molto vicino a Magda Cordell, e alla meraviglia del corpo e dei suoi fluidi. Quelle dell’artista francese sono opere in cui aleggia una quieta ambiguità che porta il fruitore a riempire con l’istinto e l’immaginazione quell’apparente non finito. Immagini in bilico tra comicità e malinconia danno vita ad un nuovo ordine di macchie e detriti che si sprigiona dalla crosta di materia pittorica.

Jean Dubuffet, artista fantasioso e bizzarro, volse il suo sguardo verso materiali poveri, organici e inorganci, e verso tutti quegli individui che si esprimono attraverso l’arte a prescindere dalle icone dell’arte occidentale. Art Brut è continua ricerca di un altrove, di un luogo in cui è possibile esercitare la propria libertà, costruire strutture babeliche in cui trattenere la memoria di sé, lontano dai canoni e dai riflettori della storia e della critica d’arte. È lasciare che l’immediatezza di una mente fragile fluisca, senza che ci sia una qualche celebrazione che possa impoverirne le potenzialità; è la traduzione sincera e necessaria del proprio tormento, la pulsione più recondita.

Jean Dubuffet
Jean Dubuffet, 1967

Alla sua morte, Jean Dubuffet, che in un saggio del 1961 definì la cultura come omicida dell’arte, lasciava agli artisti alienati una possibilità di riscatto, prima di tutto con se stessi, e in un secondo tempo sociale. Gli atelier artistici all’interno di comunità psichiatriche permettono al paziente di intraprendere un percorso di guarigione parallelo a quello farmacologico. Le produzioni dei malati psichiatrici non costituiscono una cartella clinica grafica, non servono a rilevare ulteriori sintomi: l’arte è di proprietà del paziente, che ne dispone come vuole. Per questo motivo il libero fluire dell’istinto attraverso la materia, il segno e il gesto è una questione ideologica, e non solo estetica.

Coloro che si sforzano di distinguere l’arte sana dall’arte malata e di descrivere i caratteri propri delle forme della creazione d’arte ritenute patologiche, non troveranno mai una formula conclusiva.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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