Antonioni e il bianco e nero: lo sguardo dell’artista per cogliere l’incomunicabilità

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«C’è tutto, la solitudine, l’incomunicabilità, e poi quell’altra cosa, quella che va de moda oggi, l’alienazione come nei film di Antonioni, no? Hai visto “L’eclisse”?» (Il sorpasso, regia di Dino Risi (1962), Vittorio Gassman).

Il talento di Michelangelo Antonioni (Ferrara, 29 settembre 1912 – Roma, 30 luglio 2007), come si evince dal riferimento nel film di Dino Risi, si muove tutto nel terreno del reale. Le dinamiche sociali esposte sono strettamente invischiate non con la finzione, ma con un quotidiano sempre latente nel quale ogni cosa è possibile e dietro l’angolo. Inoltre la dimensione psicologica dei personaggi di Antonioni diventa la cifra fondamentale del suo cinema.

Il regista ferrarese dopo il ginnasio e l’Istituto Tecnico, si laurea a Bologna in Economia e Commercio, ma ben presto intraprende la via del teatro e del cinema. Difatti durante il periodo universitario non solo  inscena con degli amici Cechov, Pirandello e Ibsen, ma collabora anche come critico cinematografico presso il Corriere padano, il quotidiano di Ferrara.

Solo dal 1940, una volta trasferitosi a Roma, si avvicina al mondo cinematografico e proprio qui comincia a lavorare nella redazione della rivista Cinema, e si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel 1942 collabora alla stesura della sceneggiatura  di Un pilota ritorna (regia di Roberto Rossellini). In precedenza aveva già iniziato a sperimentare con un documentario, mai terminato,  girato in un manicomio ferrarese con la macchina da presa Bell and Owell 16 mm. Viaggiando in Francia aiuta il regista Marcel Carnè per L’amore e il diavolo nel ’42 e ,tornato in Italia, inizia a girare il suo primo documentario Gente del Po del ’47.

La cifra fondamentale del cinema di Antonioni, racchiusa  nell’incomunicabilità e nella realtà del suo tempo, è riconoscibile sin dai suoi primi esperimenti come  ad esempio il lungometraggio Cronaca di un amore (1950) con Lucia Bosè e Massimo Girotti e ancora nei successivi film come La signora senza camelie del ’53, in cui avrebbe voluto ci fosse la comparsa di Sofia Scicolone (Sophia Loren), fino al  più recente Eros del 2004.

Nel clima ristretto dalla censura sono stati diretti I vinti del ’52, Le amiche del ’55, Il grido del ’57 e L’avventura del ’60. La pellicola però assolutamente travolgente, che ha in sé il riverbero dell’incomunicabilità perenne nei suoi toni di bianco e nero, è La notte del 1961, il primo film con Monica Vitti, che diventa la sua compagna di vita e per molti anni avrà un ruolo centrale nella su filmografia recitando anche ne L’eclisse (1962) e nel Deserto rosso (1964), primo film a colori del regista ferrarese. La notte mette in risalto i conflitti di una coppia e le intromissioni dall’esterno, e alla fine della vicenda la trama non si snoda, ma lascia nello spettatore il sapore dell’incertezza che turba e che ritroviamo anche nel successivo Blow Up del ’66.

In questo film il taglio cromatico torna ad essere quello in bianco e nero, rendendo la dimensione in cui la vicenda si snoda ancora più allucinata, quasi irreale e paradossale. Permea dalla vicenda del protagonista fotografo non soltanto il pessimismo di un uomo che si ritrova solo nel mutismo di fondo della vita, ma isolato anche di fronte alla consapevolezza dell’assurdità dei fatti umani. La macchina fotografica riesce ad arrivare là dove l’uomo manca. Per cui l’omicidio ripreso dal fotografo, intento a scattare foto a due amanti, si rivela solo in seguito, dalle immagini ingrandite più del necessario e appare più il sogno di una perversione irraggiungibile.

Dagli anni ’60, Antonioni si trasferisce prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti dove si cimenta nel secondo lungometraggio in lingua inglese, dopo Blow UpZabriskie Point (1970), nel quale la fuga, la morte, l’amore, il consumismo tracciano le linee maggiori del film. Nella scena finale, ad esempio, si vede l’esplosione di tutti gli oggetti di consumo accompagnata dalla musica dei Pink Floyd, ed è chiaro che l’universo caotico in cui il film è circoscritto lascia morire il soggetto e vincere la realtà del consumismo, la merce.

Zabriskie Point è la Valle della Morte californiana, e in questo caso la metafora del vuoto che si oppone alla città che occupa la prima parte del film. Interessanti i richiami fatti successivamente in ambito musicale ad esempio il videoclip di Who Feels Love degli Oasis in cui avviene l’esplosione degli oggetti di consumo. E ancora il video di Today degli Smashing Pumpkins che cita proprio il film di Antonioni. Anche il video di Gangster Trippin di Fatboy Slim è ispirato all’esplosione della scena finale del film. Conclude la trilogia in lingua inglese un capolavoro sia dal punto di vista narrativo che figurativo: Professione reporter.

La filmografia di Antonioni continua con il primo esperimento di cinema elettronico in Italia con Il mistero di Oberwald del ’79. Tuttavia il percorso culturale del regista ferrarese non prosegue  solo nella strada cinematografica, bensì anche in quella prosastica e pittorica. Antonioni scrive infatti una raccolta di racconti pubblicata da Einaudi nel 1983 intitolata Quel bowling sul Tevere e i suoi dipinti, Montagne Incantate, ottanta quadri, sono esposti in una mostra al Museo Correr di Venezia.

Lo sguardo di Michelangelo, cortometraggio del 2004, lascia che lo sguardo di un artista (Antonioni stesso) cada sull’arte e sull’artista nascosto nelle sue opere, affilando gli occhi così come l’osservatore e la sua macchina da ripresa “prende” e coglie motivi di solitudine latenti nella realtà e li rivela nell’incomunicabilità di ognuno.

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura

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