“Il signore degli anelli”: Tolkien e i grandi racconti che non muoiono mai

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“Conosco la metà di voi soltanto a metà e nutro per meno della metà di voi metà dell’affetto che meritate”

Quando nel 1954 lo scrittore britannico J. R. R. Tolkien pubblicò la prima edizione de Il signore degli anelli, edita da Allen e Unwin, non poteva immaginare che qualche decennio dopo Peter Jackson avrebbe consegnato alla trilogia ben 17 statuette oltre a 30 nomination agli Oscar. La bellezza dei libri e della trasposizione cinematografica permane ancora oggi, tanto che è quasi impossibile trovare qualcuno che non conosca  la Terra di Mezzo. Tradotto in 38 lingue, i primi versi de Il signore degli anelli risuonano familiari a tutti:

Dietro è la casa, davanti a noi il mondo, e mille son le vie che attendon, sullo sfondo di ombre, vespri e notti, il brillar delle stelle. Davanti allor la casa, e dietro a noi il mondo, tornar potremo a casa con passo infin giocondo

“La Via prosegue senza fine lungi dall’uscio dal quale parte. Ora la Via è fuggita avanti, devo inseguirla a ogni costo rincorrendola con piedi stanchi sin all’incrocio con una più larga dove si uniscono piste e sentieri. E poi dove andrò? Nessuno lo sa.”

Nella Contea, quell’enorme vallata verde disseminata di tante piccole case basse, si annusa l’odore del formaggio e il profumo sfizioso dell’idromele. Qui, gli Hobbit conducono una vita simil sonnambula, ove ogni ombra è lontana e il massimo dell’eccitazione è assistere a un fragoroso fuoco d’artificio a forma di drago che inaspettatamente imporpora d’imbarazzo la notte. Eppure, come insegna il mito della caverna di Platone, qualcosa prima o poi turba sempre la quiete: il giorno del centoundicesimo compleanno di Bilbo Baggins, un anello, forgiato nelle viscere ancestrali del Monte Fato, sopraggiunge nella monotonia con la potenza di una danza vertiginosamente macabra spiata solo nei peggiori incubi. Il panorama si traveste di nero, mentre i colori caldi dei confini conosciuti sbiadiscono via via lungo la strada. 

Se faccio ancora un passo, non sarò mai stato più lontano da casa mia

Il viaggio come percorso di crescita è la costante di qualunque romanzo di fantasia ma anche la realtà che vive chiunque quando, nel mondo reale, abbandona il conosciuto per approdare in un assetto rivisitato. Gli accompagnatori possono essere tanti e dal temperamento differente, eppure ognuno ha la propria parte da recitare: da Boromir a Aragorn fino a chi potrebbe apparire antieroe per eccellenza (Sam, Merry e Pipino).

Equilibrio tra Ἀνάγκη (destino, fato) e paure (Sauron, Monte Fato):

“Non hanno dunque una fine i grandi racconti?” “No, non terminano mai i racconti”, disse Frodo. “Sono i personaggi che vengono e se ne vanno, quando è terminata la loro parte”

Quando si realizza che ogni corpo è corruttibile e l’anima esausta lo è ancor di più, fino a che punto è auspicabile allontanarsi da quel che si conosce e si avverte come proprio, capendo che nulla potrà mai tornare come ieri? Il viaggio è una metafora esistenziale della crescita individuale (o del semplice, caotico e improvvisato affrontare il divenire senza Ananke, cioè il destino, Fato), e nessuno come Tolkien ha saputo raccontarlo con così tanto realismo. La fantasia e gli scenari (location dei film: Nuova Zelanda) narrano la medesima storia: gli antri verdastri di cascate limpide come i vitrei si trasformano velocemente in vette grigie che scolorano nel nero, e con la stessa rapidità le carezze di una donna, leggiadre quanto la purezza del bianco, in un baleno assumono le sembianze di un occhio di fuoco, le cui ferite perforanti non possono (più) essere curate.

Sam: È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero, erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte, ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra, anche l’oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà sarà ancora più luminoso, quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so, la persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto...Andavano avanti, perché loro erano aggrappati a qualcosa.
Frodo: Noi a cosa siamo aggrappati Sam?
Sam: C’è del buono in questo mondo, padron Frodo… È giusto combattere per questo!

Si possono riprendere le fila di una vecchia vita, quando ormai nel cuore si comprende che tornare indietro non è più possibile? Sì, non è solo una remota e triste utopia, ma c’è un prezzo: bisogna consegnare la propria storia all’eternità dei grandi racconti, i quali tramandano le gesta e da sempre permettono a chi se ne va di guardare la morte come fosse soltanto l’apparenza di un addio.

“In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi. Addio!”

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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