La rabbia populista in un mondo liberal: l’analisi di Tito Boeri

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Il tempo del furore populista coincide volentieri col tempo dei proclami facili. Soluzioni rapide, su iniziativa locale, per problemi di lunga gestazione globale.

Populismo

Del resto la Lega Nord, una delle teste di questo governo patchwork gialloverde, ha nelle sue origini una vocazione iperlocale. Orgogliosamente radicata nel territorio, faceva del federalismo la propria missione, rivendicando una superiorità produttiva e morale su “Roma ladrona” e tutto il Meridione. Poi il registro è cambiato con l’ascesa di Matteo Salvini ai vertici del partito e l’ingresso in un ciclo negativo del capitalismo di cui non si intravede la fine.

I rinnovati problemi del lavoro precario e della gestione dei flussi migratori esigevano una nuova strategia di comunicazione. Basta divisioni interne, basta conflitti polentoni vs terroni. Il buon Matteo capì che era necessario appellarsi a un popolo molto più ampio di quello padano. Un popolo ragionevolmente turbato dal terrorismo islamico, da un’incertezza economica sempre più palpabile e dalla lentezza (se non immobilità) di istituzioni lontane.

La rabbia populista è stata incanalata a dovere anche dal Movimento CinqueStelle. Abile nel captare una larga fetta di elettorato abbastanza stufa dell’establishment da abbandonare i partiti tradizionali ma non abbastanza da abbracciare apertamente le ruvide posizioni del capitano “lumbard”. Le due forze anti-sistema della nostra storia recente si trovano ora in cabina di regia. Data la loro inedita veste istituzionale, alcuni punti dei loro programmi sono già stati ridimensionati, o accantonati. Come l’uscita dall’Unione Europea e il rifiuto di alleanze con avversari politici. Tanto alla fine ci si può affidare alla semantica no? Lavorare insieme per il bene degli italiani suona meno sgradevole di “inciucio”, per dire.

V-day

Ogni buon populista sa che anche “popolo”, in fin dei conti, è un’efficace arma semantica e retorica. Un nome così ampio, che include persone di indefinita estrazione sociale. La cosiddetta gente comune, alle prese con piccole e grandi difficoltà quotidiane, ne è l’espressione più vivida. Ma siamo certi che il sogno populista di una democrazia diretta, la promessa cioè di un ripristino del potere delle masse, sia la strada giusta verso il bene collettivo?

Tito Boeri, presidente dell’INPS, non è assolutamente d’accordo. Le sue riflessioni all’interno di Populismo e Stato sociale mettono in luce una “liaison” pericolosa

La possibile affermazione di partiti che puntano a interrompere il processo di integrazione europea, a chiudere le frontiere agli immigrati, per meglio proteggere le persone più vulnerabili dalle sfide della globalizzazione. È un messaggio che mina alle basi il principio della libera circolazione dei lavoratori nella UE su cui si fonda, a partire dal Trattato di Roma, il processo di integrazione politica ed economica europea

Lega Nord

Minacciare le conquiste che hanno portato alla libera circolazione porterebbe a un ulteriore esodo di giovani in cerca di opportunità. Solo che stavolta non sarebbe fuori dall’Italia, ma fuori dall’Europa. Sono proprio le opportunità di costruirsi un futuro che si stanno restringendo ed è qui che bisogna intervenire. Il populista spesso punta il dito contro le élite, coltivando nella diseguaglianza di risorse la rabbia collante dei suoi supporters. La vera eguaglianza nasce nelle condizioni di partenza, nell’opportunità per tutti di avviare una carriera meritevole. Criminalizzare di default la ricchezza e distribuire redditi sono tutt’al più degli antidolorifici per alleviare i sintomi, ma non la radice del disagio sociale.

Anche il protezionismo è un antidolorifico temporaneo, che alla lunga genera effetti boomerang su innovazione e competitività. Oltre a una progressiva frammentazione del mondo liberale in nicchie isolate, con buona pace delle relazioni internazionali.

Tito Boeri

L’intellettuale francese Pierre Rosanvallon vede nella controdemocrazia l’ombra necessaria di ogni ordinamento liberale. Si tratta cioè di quell’istituzione diffusa nel tessuto sociale con tre scopi: migliorare la qualità della legittimità dei rappresentanti, garantirne la stabilità temporale e sorvegliarla. Ciò avviene sulla spinta di una sfiducia positiva, alla base di un sano diritto di critica del potere, che non ha a che fare con l’antipolitica. Il populismo è invece la malattia dell’esercizio controdemocratico, il fare a meno di intermediari che non stanno “dalla parte” del popolo.

La casa editrice Laterza ha mandato una lettera ai librai per promuovere il saggio di Boeri e prendere posizione:

Oggi – come in passato – occorre salvaguardare i contrappesi del potere, per evitare che il vincitore delle elezioni pensi di potersi prendere tutto, mettendo nell’angolo chi la pensa diversamente: un’esperienza che ormai riguarda purtroppo anche alcuni paesi europei e che è stata definita “democrazia illiberale”

Siamo solo agli inizi di una battaglia culturale tra i cittadini dell’Occidente.

Luca Volpi per MIfacciodiCultura

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