Pellizza da Volpedo: la pittura come voce degli oppressi

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Il 28 luglio 1868 a Volpedo, paesino in Provincia di Alessandria (Piemonte), nasceva Giuseppe Pellizza da Volpedo, un uomo che fece la storia dell’arte italiana di fine Ottocento.

Pellizza da Volpedo: la pittura come voce degli oppressi
Pellizza da Volpedo, Mammine (1892)

Cresciuto in una famiglia di proprietari terrieri, grazie al loro sostegno economico poté darsi all’arte già alla giovane età di quindici anni, frequentando l’Accademia di Brera a partire dal 1883. Fu guidato nei corsi fondamentali da nomi del calibro di Francesco Hayez, ma lo stile prettamente accademico e storicista però non prese particolarmente, portandolo a prendere contestualmente lezioni private da parte dei maestri Giuseppe Puricelli e Pio Sanquirico: essi erano tra i più grandi esponenti della pittura lombarda del secondo Ottocento, intenta a rappresentare gli scenari rurali del Nord nel contesto postunitario, con uno spiccato senso del realismo che guardava Oltralpe a Courbet. Ciò contribuì a formare in Pellizza una forte sensibilità verso il concetto di “vero” nella pittura e di attenzione verso la dimensione sociale. Superati i corsi base a Brera, nel 1887 decise di trasferirsi a Roma per proseguire gli studi, dove però non risultò soddisfatto dall’approccio degli insegnanti dell’Accademia di San Luca e di Villa Medici, che a suo parere non seguivano abbastanza gli alunni. Nel 1888 per questo motivo Pellizza si diresse verso Firenze, dove si iscrisse all’Accademia di Belle Arti: qui fu allievo di Giovanni Fattori e Plinio Nomellini, illustri esponenti del nascente movimento dei Macchiaioli. Infatti in quegli anni, proprio a Firenze, vedeva i natali una nuova corrente artistica che si voleva ribellare al classicismo accademico mediante un nuovo uso delle campiture cromatiche. A quel punto Pellizza, completati i corsi, decise di tornare temporaneamente a Volpedo per darsi alla pittura di paesaggi; non soddisfatto però ancora del suo stile, ricominciò gli studi, frequentando altre accademie come quella l’Accademia Carrara di Bergamo. Nel 1892, dopo un breve viaggio a Parigi nel 1889 in occasione dell’Esposizione Universale, dipinse la prima opera che raccoglieva tutti gli stimoli estetici ricevuti fino a quel momento, compresi quelli dei Macchiaioli e dell’Impressionismo visto nella capitale francese: Mammine (1892).

Pellizza da Volpedo, Sul fienile (1893)

L’anno successivo Pellizza si trasferì nuovamente a Firenze, dove ebbe occasione di entrare in contatto con pittori come Giovanni SegantiniAngelo Morbelli. In questo modo si interfacciò direttamente con la nuova tecnica pittorica importata dai movimenti post-impressionisti francesi: essa, rifacendosi agli studi fisici sull’ottica in rapido sviluppo in quegli anni, accostava i colori puri sulla tela a piccole pennellate puntiformi seguendo la legge dei complementari. Lo stile in questione divenne poi celebre come divisionismo e fu proprio in questo periodo che Pellizza mutò la propria cifra stilistica, come si può notare dall’opera Sul fienile (1893).

Da questo momento in poi, l’artista espose in numerose città italiane, aumentando la propria fama. A segnare a livello cruciale il suo percorso fu il passaggio per Venezia nel 1895, dove ebbe modo di leggere libri sul socialismo e sul comunismo marxista, prendendo consapevolezza delle condizioni di sfruttamento della crescente classe proletaria. Fu questa presa di coscienza politica a portarlo a trasformare la sua estetica in una forma figurativa di lotta sociale, con cui dare voce al concetto di popolo, prodotto storico-culturale della Seconda Rivoluzione Industriale. Proprio nel 1895 Pellizza da Volpedo cominciò a lavorare al soggetto di un quadro che potesse dare degna rappresentazione a questa dimensione di resistenza. Arrivò così all’elaborazione di due piccoli dipinti, ossia Ambasciatori della fame e Fiumana, che risultarono le “bozze” dell’opera definitiva, terminata solo nel 1901: Il quarto stato (1901). Simile alle antiche pitture parietali per la sua estensione prettamente orizzontale, l’opera presenta un gruppo di persone guidate da tre figure antropomorfe poste nel punto di simmetria assiale del quadro: due uomini e una donna con in braccio un bambino, con un probabile rimando religioso. L’iconologia concerne uno sciopero, situato probabilmente nella Piazza Castello di Volpedo; ciò che però conta di più del significato dell’opera non è il riferimento a un singolo avvenimento, quanto il rimando a un’epocale avanzamento dei lavoratori verso il futuro, reso efficacemente col senso di movimento dei personaggi verso lo spettatore.

Pellizza da Volpedo, Panni al sole (1905)

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’esposizione de Il quarto stato nel 1902 alla Quadriennale di Torino fu un fiasco totale, con numerose critiche aspre ricevute anche da amici del pittore. L’avvenimento lo sconvolse, al punto da portarlo a una rivoluzione stilistica e contenutistica: ritornò a soggetti prettamente naturalistici, ma con una tendenza al colorismo simbolico, avvicinandosi alle prime sperimentazioni estetiche di Giacomo Balla e Umberto Boccioni. Basti pensare a Panni al sole (1905), con cui estremizzò il suo puntinismo, come accadde in molte altre opere fino alla sua morte il 14 giugno 1907.

Ma Giuseppe Pellizza da Volpedo verrà ricordato per la sua fase divisionista, con cui diede voce a chi non poteva averne, con uno stile innovativo e d’impatto. La voce degli oppressi, del Quarto stato.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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