Music & Poetry – “A horse with no name”, un viaggio nel deserto per scoprire il proprio nome, con gli America

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A volte vuoi semplicemente andare dove tutti conoscono il tuo nome. Vi dice nulla? Vi do una mano: è il verso chiave della sigla di Cheers (Cin Cin nella versione italiana), una delle sit-com più riuscite di sempre. Ed è vero, se vi soffermate a pensarci su. A volte è proprio quello di cui abbiamo bisogno: un posto dove tutti ci conoscono. Un luogo da chiamare casa. La nostra personale hometown dei sentimenti. Perché sì, possiamo passare la vita a giocare all’avventura, ma c’è sempre uno spazio che non può essere violato e in cui bisogna tornare, di tanto in tanto. Quello spazio dove sono nati i ricordi, dove la persona che sei ora, ha cominciato a prendere forma molto tempo fa, quando ancora non pensavi alla carriera o al mutuo da pagare o alla stabilità del mercato immobiliare. Quando la vita si descriveva  in un portico con due ombre che, nella notte illuminata da una lampadina poco funzionante, parlavano di cose piccole e si promettevano cose troppo grandi. E ci devi tornare, nel posto in cui tutti ti conoscono. Devi farlo per ricordarti com’eri. Potrebbe servire. Fino a qui tutto bene, quindi. Poi però, a minare il nostro giardino di certezze, arrivano gli America, con la loro A Horse With No Name.  Ed è un problema, perché loro dicono una cosa diversa (forse…), ovvero «In the desert you can remember your name / ‘cause there ain’t no one for to give you no pain».

America

Nel nulla del deserto, nell’abbandono di quel posto chiamato casa, puoi ricordarti come ti chiami, dicono gli America. Perché? Perché nessuno può farti del male.

Il concetto, se prendiamo solo questo frammento del testo, sembra quello espresso da Simon & Garfunkel nella famigerata I’m a rock. Non è proprio così, anche se ammettiamo che una certa somiglianza la si può  trovare. Dewey Bunnell si trovava a Londra, nella casa-studio di Arthur Brown, assieme agli altri due componenti del gruppo, Gerry Beckley e Dan Peek. Era una mattinata grigia e uggiosa (sembra quasi l’incipit di un romanzo di Snoopy) e Bunnell stava osservando due quadri appesi nello studio: uno era la raffigurazione di un cavallo e portava la firma di Escher; l’altro, invece, era di Dalí e mostrava un deserto arido e tranquillo. A Bunnell capitò quello che capita a tutti praticamente ogni giorno. Ripensò alla sua infanzia. La mente corse rapida ai giorni passati nella magica, ma a volte infernale, solitudine del deserto dell’Arizona, dove puoi ricordarti il tuo nome, se lo desideri.

All’inizio, questo viaggio in musica su un cavallo senza nome, si chiamava Desert song e venne solo successivamente chiamata col titolo che noi tutti conosciamo. La canzone, a parte qualche problemino di censura (Horse, in slang, vuol dire anche eroina), fu un successo mondiale che proiettò gli America ai piani alti della storia della musica. Il significato di certo non è uno solo, e, anche se fosse, non lo trovereste certo nelle mie parole (anche se lo sapessi, comunque, non lo direi di certo a dei piscioni come voi. Giusto, Robin?), però un’interpretazione possiamo darla tutti.

A horse with no name

Forse la verità è che abbiamo bisogno di scappare nella stessa misura in cui necessitiamo di fermarci in un posto e chiamarlo casa.

Forse abitiamo tutti in un paese che confina a nord con lo Stato del Dolore e sud con quello della Pace, e ci spostiamo senza rendercene conto.

Siamo su un cavallo senza nome e stiamo cercando in tutti i modi di passare indenni questo deserto di fiori sbocciati per metà e desideri seppelliti sotto rocce millenarie.

Nella nostra condizione di volontari infelici cronici, ci ostiniamo a ricordare cose che andrebbero dimenticate e a scordarne altre, che invece dovremmo sempre portare con noi, come un promemoria scritto nel secondo che segue una delle nostre inutili disfatte giornaliere.

Siamo su un cavallo senza nome, che nemmeno ci sopporta più. Giusto professore? Dobbiamo riacquistare la fiducia del nostro cavallo. Di questa vita che, a questo punto è chiaro, non si fida più di noi. Allora sì, allora potremmo davvero ricordarci come ci chiamiamo.

E tornare dove tutti conoscono il nostro nome.


On the first part of the journey
I was looking at all the life
There were plants and birds and rocks and things
There was sand and hills and rings

The first thing I met was a fly with a buzz
And the sky with no clouds
The heat was hot and the ground was dry
But the air was full of sound

I’ve been through the desert on a horse with no name
It felt good to be out of the rain
In the desert you can remember your name
‘Cause there ain’t no one for to give you no pain

La, la, la, la, la, la
La, la, la, la, la, la

After two days in the desert sun
My skin began to turn red
After three days in the desert fun
I was looking at a river bed
And the story it told of a river that flowed
Made me sad to think it was dead

You see I’ve been through the desert on a horse with no name
It felt good to be out of the rain
In the desert you can remember your name
‘Cause there ain’t no one for to give you no pain

La, la, la, la, la, la
La, la, la, la, la, la

After nine days I let the horse run free
‘Cause the desert had turned to sea
There were plants and birds and rocks and things
There was sand and hills and rings

The ocean is a desert with it’s life underground
And a perfect disguise above
Under the cities lies a heart made of ground
But the humans will give no love

You see I’ve been through the desert on a horse with no name
It felt good to be out of the rain
In the desert you can remember your name
‘Cause there ain’t no one for to give you no pain

La, la, la, la, la, la
La, la, la, la, la, la

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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