“Il signore degli anelli” e i personaggi dei grandi racconti che non terminano mai

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“Conosco la metà di voi soltanto a metà; e nutro, per meno della metà di voi, metà dell’affetto che meritate”

Il 29 luglio 1954 J. R. R. Tolkien pubblicava la prima edizione, edita da Allen e Unwin, de Il signore degli anelli, suddivisa in tre capitoli. A distanza di qualche decennio, Peter Jackson, all’inizio del XXI secolo, porterà sullo schermo la trilogia delineando visivamente quei personaggi già perfettamente pennellati con dovizia dallo scrittore britannico, osservandoli però con una sensibilità differente. 17 saranno le statuette vinte agli Oscar e altrettante le nomination.

Oggi, trascorsi oltre sessant’anni dalla sua comparsa nella letteratura fantasy, non si può certo considerare la Terra di Mezzo alla stregua di una landa sconosciuta al pensiero o inesplorata dalla fantasia: la saga è stata tradotta in 38 lingue che hanno raffigurato a parole i paesaggi della Nuova Zelanda e i personaggi che silenziosi vi abitano…

Dietro è la casa, davanti a noi il mondo, e mille son le vie che attendon, sullo sfondo di ombre, vespri e notti, il brillar delle stelle. Davanti allor la casa, e dietro a noi il mondo, tornar potremo a casa con passo infin giocondo

“La Via prosegue senza fine lungi dall’uscio dal quale parte. Ora la Via è fuggita avanti, devo inseguirla a ogni costo rincorrendola con piedi stanchi sin all’incrocio con una più larga dove si uniscono piste e sentieri. E poi dove andrò? Nessuno lo sa.”

Il signore degli anelli appartiene al genere fantasy, ma è indubbiamente molto di più. Analogamente al maghetto di Privet Drive, chi non ha mai sentito nominare gli Hobbit o non ha una vaga rappresentazione di un occhio rosso infuocato avvalicato su una montagna inverosimilmente alta quanto una vertigine frequentemente sognata? Il panorama di Tolkien non è finto: si censura solo inizialmente entro confini caldi di una vallata dipinta di verde, disseminata di case basse dalle quali si sente il profumo del formaggio e l’odore sfizioso dell’idromele. Nella vita simil sonnambula della Contea, presentata da Tolkien nei primi spezzoni de La Compagnia dell’anello, ogni ombra è quanto mai più lontana, il sole è troppo alto per essere messo in dubbio e gli oziosi Hobbit vivono una vita a base di seconde colazioni, sbronze, feste e al massimo brividi di fragorosi fuochi d’artificio troppo roboantemente lanciati senza preavviso.

Questo schizzo gioioso di vita famigliare è l’incipit de Il signore degli anelli, ciò che per sempre conterà, un monile che seppur breve resterà il compagno luminoso durante un viaggio che prende le redini proprio da qui: inaspettato, dal risveglio sussurrante e dalle vibrazioni potenti. Un improvviso boato nella notte, l’inaspettato è un fuoco rosso acceso che illumina un percorso non battuto e spegne il lume l’istante successivo.

Se faccio ancora un passo, non sarò mai stato più lontano da casa mia

“Non hanno dunque una fine i grandi racconti?” “No, non terminano mai i racconti”, disse Frodo. “Sono i personaggi che vengono e se ne vanno, quando è terminata la loro parte”

Ne Le due torri, analogamente alle altre grandi storie, qualunque sia la condizione di partenza non si è mai abbandonati. Che il compagno di viaggio sia un Uomo intrepido (Aragorn) o uno (Boromir) convinto di essere un impavido immortale, che si tratti di Legolas elfo fuggiasco e imprevedibile o di Gimli il nano dotato di grande forza, non si è soli. Tolkien descrive abilmente le differenze con cui ognuno affronta le avversità, e nessuno è mai quanto più diverso dagli altri nelle tecniche che mette in atto eppure allo stesso tempo incredibilmente simile nella volontà di raggiungere un obiettivo. Frodo Baggins è l’esempio di quanto il prototipo dell’antieroe possa trovare dentro di sè l’energia e l’orgoglio di procedere, senza davvero fermarsi mai.

Sempre più lontani da casa, con alle spalle chilometri inquantificabili di terra e acqua, con cieli sorvolati da creature nobili come le aquile oscurati di colpo da nubi plumbee di corazze nere micidiali, nulla è sicuro, non c’è un rifugio: tutto è aperto, ogni corpo è corruttibile, persino le anime proprie che si pensa di possedere e controllare possono confondersi. Fino a che punto è auspicabile allontanarsi dal conosciuto senza perdere chi si era prima? Tolkien procede, errando incessantemente entro antri verdastri di cascate limpide come i vitrei e poi sempre più a fondo nelle vette grigie che si scolorano di nero. Da pareti plumbee e umide a esterni di fuoco, con occhi che perforano il cervello e lanciano frecce che feriscono nel profondo senza possibilità di cura. Poi d’improvviso delle carezze di donna, leggiadre quanto un bianco sacro ma chiaramente forti nel rialzare fino agli ultimi istanti. Cos’altro significa questo, se non un’allegoria ben simulata della crescita individuale? La vera domanda su cui ci si vuole soffermare, però, si trova alla fine dell’avventura raccontata da Tolkien.

Sam: È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero, erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte, ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra, anche l’oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà sarà ancora più luminoso, quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so, la persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto…Andavano avanti, perché loro erano aggrappati a qualcosa.
Frodo: Noi a cosa siamo aggrappati Sam?
Sam: C’è del buono in questo mondo, padron Frodo… È giusto combattere per questo!

“In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi. Addio!”

Come si fa a tirare le fila di una vecchia vita? Come si fa ad andare avanti quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno. L’epilogo scelto da Tolkien per Il signore degli anelli non può che essere quanto più vicino alla realtà possibile: nessuna storia, più o meno straordinaria, può fingere che il processo del tempo sia un convoglio con un biglietto di ritorno, il tempo non concede spiegazioni e nemmeno soste.

La vita è un viaggio di sola andata, il ritorno è inconcepibile perché ormai gli assetti sono smobilitati e gli elementi in gioco, seppur gli stessi in apparenza, sono modificati a tal punto che, comunque vada, non potranno più fare ritorno alla scena iniziale senza sentirsi disorientati, ormai cresciuti oppure più realisticamente sprovvisti delle caratteristiche necessarie per sentirsi a proprio agio in quel quadro pacificamente colorato che era l’inizio di tutto.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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