I Grandi Classici – “Per chi suona la campana”, un universale memento mori da parte di Ernest Hemingway

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John Donne è vissuto tra il 1572 ed il 1637, ed in una Meditazione compresa in un’opera intitolata Devozioni per occasioni d’emergenza ebbe a scrivere:

Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.

Una vecchia edizione in due volumi del romanzo

Poche righe che sarebbero sufficienti ad ascrivere qualsiasi opera le contenesse al novero di Grandi Classici o dei capolavori, stante il perfetto connubio tra equilibrio testuale e vastità della tematica, che è universale, atemporale e, oltretutto, di stringente attualità. La riflessione di Donne, però, è anche la fonte da cui Ernest Hemingway ha tratto il titolo di uno dei suoi più celebri lavori, quel Per chi suona la campana del 1940 che si aggiudicò il Premio Pulitzer e che sicuramente contribuì al conferimento del Nobel nel 1954.

Donne, oltre che poeta, era anche religioso e teologo, cosa che non possiamo dire di Hemingway: nondimeno, il tema principale del romanzo è la morte, Grande Parificatrice, vista attraverso una serie di eventi di incredibile brutalità della Guerra Civile spagnola. In effetti, il protagonista Robert Jordan è in sostanza l’alter ego di Hemingway stesso, un intellettuale americano che combatte in Spagna, al quale viene affidato il pericoloso ed importante compito di far saltare in aria un ponte ritenuto di fondamentale importanza per le truppe di Franco. La trama ruota sostanzialmente attorno alle riflessioni di Jordan, che interagisce principalmente con il guerrigliero Pablo e con Maria, toccando ossessivamente, grazie alle caratteristiche tipiche dello stile di Hemingway, temi diversi o sfaccettature diverse dello stesso tema.

Il miliziano colpito a morte di Robert Capa

La morte, in definitiva, è presente in pressoché ogni pagina, in concreto o aleggiante: la morte o la sua ineluttabilità, vista nelle tre varianti, ossia uccidere, essere ucciso o uccidersi. In definitiva, anche il cameratismo, macho o meno che sia, è un effetto collaterale della possibilità concerta e costante della morte, che modifica in modo radicali i rapporti umani. Perfino in meglio, potremmo dire: stimolando la pietas nascosta nei caratteri più duri, e accomunando come unico tratto in comune individui che normalmente nulla avrebbe a spartire gli uni con gli altri.

Con il consueto stile asciutto e diretto, nel quale l’allegoria trova poco spazio per essere tutt’al più sostituita dal paragone, che lo caratterizza grossomodo per tutta la vita, Hemingway in Per chi suona la campana piuttosto ovviamente assume nette posizioni politiche, schierandosi dalla parte dei repubblicani (ma con spirito anche critico: «I partigiani fanno il danno e tagliano la corda. I contadini rimangono sul posto e pagano») e lasciando spazio a dialoghi programmatici e didascalici; solo in un’occasione, Hemingway presenta il punto di vista di due fascisti, descritti come persone normali e senza alcuna adesione specifica ad un’ideologia. Naturalmente questo non si configura come una forma di riscatto, né giustificazione; nemmeno come una testimonianza della banalità del male, in realtà, e la riflessione sul fatto che in chiunque può nascondersi il male, ovvero che le masse possono essere mosse al di là della propria volontà in operazioni disumane e disumanizzanti è solo accennata.

Bergman e Cooper nel film di Sam Wood

Per chi suona la campana è anche un romanzo sul disinganno, e sull’amore per la Spagna, e naturalmente è rimarchevole l’autoreferenzialità tipica di Hemingway, «Un uomo intelligente a volte è costretto ad ubriacarsi per passare il tempo tra gli idioti», e un romanzo infarcito di banalità assortite, quali «Quello che conta non è tanto quanto impari, quanto le gente che incontri», in pieno spirito hemingwayano, cui fan seguiti proto-catalanate come «è molto meglio essere allegri, ed è anche il segno di qualche cosa», o «Preoccuparsi è dannoso come aver paura, serve solo a far le cose più difficili». Non sono le sole, peraltro; e per trasportarle sul grande schermo, nel 1943 Sam Wood scelse Ingrid Bergman e Gary Cooper, ottenendo in cambio ben nove nomination agli Oscar. È interessante notare invece la posizione del protagonista sul suicidio, pratica che capisce ma non approva in quanto azione sostanzialmente vile.

La brillante riflessione di Donne, in sostanza, non viene sviluppata più che tanto in senso esistenziale, e diventa un ottimo titolo dal sapore generico “tutti dobbiamo morire”, sicuramente archetipico ma del quale viene solo scalfitta la superficie. Lascia invece perplessi un’altro aspetto della visione dell’autore, ma nel contempo divertiti in quanto di stretta attualità e contingenza: «Se una cosa è giusta nella sostanza, le menzogne di contorno non contano». Cavallo di battaglia del governo passato, delle ultime campagne elettorali e un po’ di tutti i creatori di fake news che non si sentono tenuti alla verità ma solo alla verosimiglianza, in nome di un arrogante presupposto quale quello di sapere, come Hemingway, che una cosa è giusta nella sostanza, ci auguriamo che venga adottata come giustificativo intellettuale di tutte le falsità che vengono oggi spacciate per politica: così, tanto per dare un po’ di lucido alle solite, vecchie bugie.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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