#Ontheroad – Viaggio nella Spagna sublime di Zafón

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Partire per un viaggio la cui meta è un abbozzo che si pensa di conoscere bene o ritrovarsi in una piazza affollata piena di anagrammi colorati, profumi speziati e un alone di energia mista ad alternanze di solitudini personali: chi non ha mai provato tutto questo? Che la città sia Parigi, New York o Praga, la sensazione ancestrale è la medesima e chiunque è pronto a rilevarne l’intensità per la propria mente che in quell’hic et nunc si trova lì, all’apice di un’esperienza che è sul punto di iniziare, scivolando già verso il culmine e poi adagiandosi sul finir delle ore disponibili. Un disvelarsi continuo di una città che viene tinteggiata diversa dalle altre è la Barcellona descritta da Carlos Ruiz Zafón e ufficializzata da Mondadori, un gotico picchiettante di ombre grigie per tutta la città, in netto contrasto anacronistico con la Spagna ballerina dai mille colori e dalle rosse sfruscianti frenesie multiple.

Considero le città come organismi, come esseri viventi. Per me Madrid è un uomo e Barcellona è una donna. Ed è una donna estremamente presuntuosa

“La vita è come la tua prima partita di scacchi. Quando inizi a capire come funziona hai già perso”, Zafón: Il palazzo della mezzanotte

Un succo d’arancia o la sangria, allontanarsi dal centro per il Park Güell e osservare da vicino figure che si disgregano nelle macchie puntiformi, in una fusione di arancione orchidea e di una mente in subbuglio. Ma le tinte luminose di Antoni Gaudí a rappresentare il modernismo catalano a volte non bastano: c’è bellezza nelle «casette di fiaba» descritte da Zerbst, in quelle maioliche colorate che ornavano i due padiglioni sotto la montagna, uno di proprietà del guardiano e l’altro punto di stallo per i visitatori. Una torre a scacchi blu e bianchi, ceramiche dalle infinite immaginazioni per confermare una fuga repentina e ben riuscita dalla città nevralgicamente attiva. E che dire delle guglie neogotiche fiere e altezzosamente originali della Sagrada Familia che si specchiano di fronte al cielo con fare godurioso? Ma cosa si trova in realtà al di fuori della sinuosa cinta ondulata cangiante di energia che è l’apparenza di Barcellona?

Barcellona, dicembre 1957
Quell’anno, prima di Natale, ci toccarono soltanto giorni plumbei e ammantati di brina. Una penombra azzurrata avvolgeva la città e la gente camminava in fretta coperta fino alle orecchie, disegnando con il fiato veli di vapore nell’aria gelida. Erano pochi coloro che in quei giorni si fermavano a guardare la vetrina di Sempere e Figli, e ancora meno quelli che si avventuravano a entrare per chiedere di quel libro sperduto che li aveva aspettati per tutta la vita

“Solo allora – le dissi – avevo compreso che si trattava di una storia di solitudini e che proprio per questo vi avevo cercato rifugio, fino a confonderla con la mia vita. Che mi sentivo come chi fugge nelle pagine di un romanzo perché gli oggetti del suo amore sono soltanto ombre che vivono nell’anima di uno sconosciuto”, Zafón: L’ombra del vento

L’incipit de Il prigioniero del cielo è la sintesi perfetta di ogni storia di Zafón, che prende vita nel grumoso strato di nebbia, col vapore costante che si presta a nascondere segreti che farebbero meglio a non essere scoperti, per non dire che il loro disvelamento significherebbe qualcosa di terribile e inimmaginabile. Tra i vicoli grigi del Barrio Gotico, qualsiasi sussurro riecheggia e fugge accompagnato dal ticchettio dell’orologio nella piazza principale e di solito finisce per raggiungere una libreria, annidandosi momentaneamente tra le pagine di libri in disuso seppur tanto amati da chi li conserva da anni immemori. Dunque inseguire una pista che può sembrare irrealistica quanto non mai ne L’ombra del vento o ritrovarsi nella stanza adorna di pensieri del protagonista de Il gioco dell’angelo è routine, per poi piombare in un lugubre nero pece con Marina, che scandaglia il tempo e la narrazione con lampi di buio e qualche frase di realismo.

Un sognatore, Zafón, che è un’ombra repentina a caccia di sublime, il quale altro non è che la perfetta sintesi viscerale di bellezza e terrore.  Altra caratteristica dell’autore di Le luci di settembre è il riuscire a dar vita a vere e  proprie creature viventi che sono i ricordi, toccando tasti nei quali chiunque abbia vissuto una prima alba violetta con qualcuno di importante possa riconoscersi. Le parole gotiche e gialle ballerine di Zafón riecheggiano costantemente di un’eco all’infanzia, in cui i colori turchini stupiscono e il mondo là fuori è diviso in buono o cattivo, ma essendo raccontato dagli adulti resta costruito su un’evaporazione di idee che giocano molto con la fantasia. I paesaggi autentici, quelli naturali, da grandi sono una vera e propria epifania di memorie, un monito a ridare personalità e legittimazione a degli spezzoni di memoria che, almeno alla coscienza, potevano sembrare essere quasi di una persona di qualche altra esistenza fa, ormai quasi scomparsa:

Mi abbandonai a quell’incantesimo fino a quando la brezza dell’alba lambì i vetri della finestra e i miei occhi affaticati si posarono sull’ultima pagina. Solo allora mi sdraiai sul letto, il libro appoggiato sul petto, e ascoltai i suoni della città addormentata posarsi sui tetti screziati di porpora. Il sonno e la stanchezza bussavano alla porta, ma io resistetti. Non volevo abbandonare la magia di quella storia né, per il momento, dire addio ai suoi protagonisti. Prima o poi faremo ritorno.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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