Gertrude Stein, la mecenate d’avanguardia della Parigi di inizio XX secolo

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Gertrude Stein (Allegheny 3 febbraio 1874 – Neuilly-sur-Seine, 27 luglio 1946) non è una delle figure più note della letteratura del ‘900. Con questa affermazione non si vuole sminuire l’importanza di questa autrice, ma solo sottolineare la grande varietà ed esuberanza che la Parigi di inizio XX secolo ha potuto offrire. Difatti, il nome di Gertrude Stein è collegato a quello di autori come Hemingway, Fitzgerald, Anderson, ma anche a pittori come Matisse, Picasso e Braque.

Gertrude Stein, la mecenate d'avanguardia della Parigi di inizio XX secolo
Ritratto di Gertrude Stein, Picasso

Quale ruolo ha avuto la Stein, in questo contesto? Innanzitutto, la sua abitazione di Rue de Fleurus 27 è stata luoghi di incontri per coloro  che sono stati definiti la “generazione perduta”: l’espressione sembrerebbe essere nata dall’esclamazione di un proprietario di un garage a un meccanico che non sarebbe riuscito a riparare la macchina della Stein. Successivamente, questa espressione è stata adottata da Hemingway nella sua opera Fiesta. La scrittrice americana, a tal proposito, commenterà: «Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono … tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta».

La Stein, insieme ai fratelli Leo e Michael, allestisce una vera e propria galleria, riuscendo a mettere insieme le opere di Cezanne, di Matisse e di Picasso. Così questi americani trapiantati in Francia, ben presto, divennero i poli intorno a cui ruotavano le avanguardie pittoriche e letterarie francesi.

Particolare, e degno di nota, è il rapporto che la Stein instaura con Picasso: infatti, la donna sarà sempre al fianco del pittore, seguendo passo passo tutte le evoluzioni del genio spagnolo, il quale dedicherà alla scrittrice un ritratto.

Nel Novecento tutto si distrugge e niente continua, il Novecento quindi ha uno splendore tutto suo. Picasso è di questo secolo. Ha la singolare qualità di una terra che nessuno ha mai veduto, di cose distrutte come mai sono state distrutte. Picasso, dunque, ha il suo splendore. È così. Grazie.

Queste le parole finali dell’opera Autobiografia di tutti, scritto molto intenso che colpisce per la sua grande macchina narrativa, ampia e complessa, per il sentimento fisico e nostalgico che traspare dalle parole rivolte alle due patrie, tra cui la Stein è divisa: Francia e Stati Uniti.

Così tutto fu fatto e rimanemmo a Bilignin finché partimmo per Parigi. E a Parigi rimanemmo soltanto qualche settimana e Alice Toklas comprò un ombrello, questo fu poi dimenticato in un ristorante della California centrale e dopo che scrisse per cercarlo fu mandato a San Francisco e intanto eravamo partite dall’America e fu mandato a Carl Van Vechten New York e proprio questa settimana Edie Wassermann gliel’ha portato. Le dispiace perché dice che se fosse rimasto laggiù sarebbe stata qualcosa da ritornare a prendere. E nel frattempo ne aveva comprato un altro proprio eguale o almeno credevamo che fosse proprio eguale ma ora che l’altro è ritornato vediamo che il manico è diverso.

La scrittura di Stein è molto complessa e frutto di uno studio linguistico, tradotto dall’arte pittorica cubista, nonché dall’idea stessa che Cezanne aveva della pittura.

Picasso destruttura la realtà, condensa l’atto pittorico all’interno della tela, che però non ha più legami con lo spazio stesso, ma diviene l’attuazione dello spazio mentale: il dipinto assume un autosignificato, slegato dal contesto reale, che si articola su se stesso, tramite la scomposizione e la successiva ricostruzione degli elementi rigorosamente determinati: «in questo modo i pittori cubisti avranno presto creato l’algebra della pittura». Invece per Cezanne il paesaggio e la tela acquistano senso solo all’interno della mente del pittore, per cui «la natura di fuori e quella di dentro devono amalgamarsi […] la mia tela e il paesaggio, l’una e l’altra fuori di me […]».

Gertrude Stein, la mecenate d'avanguardia della Parigi di inizio XX secolo
Femme au chapeau, Matisse

La scrittrice americana, perciò, tende a rifiutare i nomi e gli aggettivi, in quanto essi designano un preciso contorno dell’oggetto rappresentato: la sua volontà è quella di fare del nome comune, un nome proprio, che non dia rappresentazione dell’oggetto che designa. La lingua è separata dalla realtà.

Il rifiuto della parola come rappresentazione della realtà pone la lingua e la parola come parti di un’unità più grande, che è il contesto del discorso «a sentence has wishes as an event», «What is a sentence. A sentence is a part of a speech». In questo senso bisogna intendere il famoso «Rose is a rose is a rose is a rose»,  un verso all’interno di Sacred Emily, contenuto in Geography and Plays, che può essere inteso come l’attenersi alla realtà: quindi la rosa è una rosa, oppure Rose è un nome proprio, che però indica un oggetto reale, che suscita emozioni. Ma una rosa è solo una parola che è un insieme di lettere, inserite in un discorso, in questo caso la poesia.

Infine, è da notare come Gertrude Stein fosse apertamente lesbica, infatti visse fino alla sua morte con Alice.B. Toklas, la quale fu una sorta di musa per la scrittrice americana. Il loro incontro ebbe luogo nel 1907 e non si lasciarono mai sino alla morte della Stein, la quale scrisse, forse, la sua opera più famosa: Autobiografia di Alice Toklas, che diventa l’occasione per la stessa scrittrice di raccontare la sua vita, sebbene la narratrice sia Alice.

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

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