Stanley Kubrick, un genio che fece del cinema un’opera d’arte

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Ogni disciplina artistica ha avuto, ed ha tutt’ora, qualcuno che, con il suo contributo, ha fatto sì che questa potesse cambiare, evolversi, migliorarsi e stupire. Nel mondo del cinema tra i tanti maestri un posto d’onore va riservato a Stanley Kubrick (New York, 26 luglio 1928 – St. Albans, 7 marzo 1999).

Sul set di “A Clockwork Orange”

La sua attività da regista iniziò quasi per caso. Faceva il fotografo a New York per la rivista Look e, a dirla tutta, non era affatto male. La passione per il cinema e per la macchina da presa però, con il tempo, lo spinse ad abbandonare quel mestiere per mettersi in gioco come regista e provare a realizzare il suo grande sogno.

Le idee chiare le aveva, uno che affermava che qualsiasi cosa che possa essere scritta o pensata può essere anche filmata senza dubbio sapeva fin dal principio cosa voleva. Non studiò mai per diventare regista, tutto ciò che sapeva fare (che non era poco) lo apprese da autodidatta e soprattutto grazie alle Lezioni di regia di Sergej Ėjzenštejn.

Non impiegò molto a mettere il suo marchio nel cinema e ciò lo si nota non solo dai suoi primi corti ma anche dai primi capolavori come Spartacus (1960) e Lolita (1962). Il primo, tratto dal romanzo omonimo di Howard Fast,  non convinse mai a pieno il giovane Kubrick: non poté avere il controllo desiderato durante le riprese e di conseguenza fu limitato. Il secondo, tratto dal romanzo di Vladimir Nabokov, fu per certi aspetti più convincenti del primo ma la censura vietò al regista alcune scene, ritenute troppo spinte per l’epoca.

“2001 – Odissea nello spazio”

Il suo affermarsi è ormai prossimo ed arriva con il suo primo grande capolavoro, dove poté avere il pieno controllo su tutta la direzione ed i risultati sono evidenti. La pellicola in questione è quella de Il Dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964).  Il film fu prodotto in piena Guerra fredda, ironizzava con un sottile black humor la questione sulla bomba nucleare e concedeva spazio alla pura sperimentazione: un grande Peter Sellers infatti ricopriva più ruoli all’interno del film.

Il marchio di fabbrica di Stanley Kurbick è la prospettiva rinascimentale. Da 2001: Odissea nello spazio (1969) e A Clockwork Orange (1971) in ogni singola inquadratura compare questo particolare che rende i film un qualcosa di unico: un viaggio verso dimensioni artificiali che tuttavia appaiono familiari e destabilizzanti allo stesso tempo, se a questo si aggiunge la ricerca scrupolosa dei colori e la perfezione assoluta nell’inquadratura si ottiene un risultato senza pari. 2001: Odissea nello spazio è il giusto mix fra inquadrature perfette ed effetti speciali che fecero aggiudicare al film l’Oscar.

Oltre alla maestria dietro la macchina da presa, Stanley Kubrick si differenzia dai suoi colleghi registi per la scrupolosa ricerca di libri atipici, facendoli diventare dei capolavori cinematografici a volte superando il romanzo (non è azzardato affermare che Shining di Stanley Kubrick sia superiore a quello originale di King).

Sul set di “Full Metal Jacket”

Da Shining (1980), passando per Full Metal Jacket (1987) fino al suo ultimo capolavoro uscito postumo: Eyes Wide Shut (1999), ispirato al romanzo breve Doppio sogno di Arthur Schintzler. In questo film oltre ad una trama accattivate, incentrata sul mistero, il sogno e l’ossessione, giocano un ruolo fondamentale due strepitosi Tom Cruise e Nicole Kidman. Il finale ancora oggi è uno dei più apprezzati della storia del cinema.

Ad ogni modo, come tutti divide il pubblico in due categorie: quelli che lo amano alla follia e quelli che proprio non riescono a capire le sue pellicole. Va riconosciuto in ogni caso il genio presente nel regista. Stanley Kubrick è la dimostrazione che il cinema, se fatto con criterio e minuziosità, può essere uno strumento capace di estraniare e stupire, se poi il tutto è accompagnato da sperimentazione, sceneggiature meravigliose e attori selezionati ad hoc, il risultato sfiora la perfezione e a tratti la supera.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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