I Grandi Saggi – “Istruzioni alla servitù”, la piccolezza umana nella caustica penna di Jonathan Swift

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Correva l’anno 1978, e trasferito che mi fui con la mia sgangherata famiglia dal centro della Piccola Vienna all’aperta campagna della Bassa Friulana, ebbi modo di venire a contatto con la bucolica realtà contadina ed i suoi più augusti rappresentanti. Tra questi uomini biscottati dal sole dei campi, individui di comprovata esperienza, ebbi modo di conoscere diversi patriarchi, coltivatori diretti già tradizionalmente mezzadri, i quali una volta deciso che era il caso di comminarmi i capisaldi della loro esperienza di vita, ebbero in più individui e a più riprese la bontà di teorizzarmi che «al padrone bisogna portare via il più possibile», concetto ibrido, borderline tra la lotta di classe e Robin Hood. Nel settembre del 1745, invece, poco dopo la morte del suo autore Jonathan Swift, più noto come autore dei Viaggi di Gulliver, venne pubblicato a Londra un curioso volumetto, purtroppo rimasto incompiuto, dal fuorviante titolo Istruzioni alla servitù (trovabile in Italia anche come Istruzioni ai domestici).

Istruzioni alla servitù

Con spirito corrosivo e paradossale, in bilico tra il gioco e lo scandalo, Swift suggerisce ai vari componenti della servitù di una grande famiglia inglese, una serie di comportamenti da adottare nei confronti dei padrone. «Non rispondere mai finché non sei stato chiamato 3 o 4 volte, solo i cani accorrono al primo fischio» (non che ciò sia del tutto vero, ci sono un sacco di cani che del fischio se ne infischiano). Ancora: «Quando hai fatto un danno, sii sempre spavaldo e insolente, come se fossi tu il danneggiato. Questo toglierà immediatamente al padrone la sua boria». Che sia lotta di classe, antagonismo aperto, è del tutto evidente: quello di padrone e servitù sono mondi paralleli, che non sollo si incontrano all’infinito, ma non hanno alcuna intenzione né desiderio di incontrarsi.

«Se ti mandano in un negozio a comprare qualcosa in contanti, fai sparire i quattrini, e fa’ mettere in conto al tuo padrone la roba». Se Swift è per indole e bibliografia crudelmente ironico nel confronti di tutto e di tutti, maggiormente lo è nei confronti della servitù che lo ha spesso umiliato nel suo ruolo subordinato di segretario o precettore, che ricoprì prima di divenire estremamente influente come scrittore. In Istruzioni alla servitù, Swift suggerisce di attribuire ogni colpa dei danni (praticamente, un «e allora il PD?» ante litteram) causati dalla servitù al cagnolino da grembo o al gattino preferito dalla padrona, di brontolare ad alta voce quando si è puniti, per convincere il padrone della propria innocenza.

Istruzioni alla servitù

Al procedere della lettura, la scrittura si fa sempre più caustica: si trova così il suggerimento di avvicinarsi molto, quando si è giovani e «sicuri del proprio alito», al viso della padrona, la quale con tutta probabilità non sarà refrattaria al vigore dei servi. Tra i consigli rivolti direttamente al maggiordomo, troviamo: «se il signore dimentica la tabacchiera sulla tavola, considerala una mancia». Alla cuoca, consiglia di acquistare vivande a poco prezzo ma di metterle in conto a costo maggiore, di pettinarsi mentre prepara gli intingoli (ugh!), di servirsi di piatti e posate sporchi (Cannavacciuolo, pensaci tu!). Ai valletti, Swift consiglia di essere disposti a servizi inutili con le padrone anziane, ma soprattutto di essere ficcanaso, pronti a riferire i fatti dei padroni ad altri servi. Verosimilmente con analoga finalità, le cameriere devono favorire gli adulteri delle padrone, per poterle ricattare, problematica annosa se ricordiamo i versi de La leggenda di Olaf di Vecchioni, «e a lei non valse a niente, comprare la memoria, di sentinelle e servi mandati a far baldoria»…). Con un tocco di estrema crudeltà, Swift suggerisce alle balie con freddezza agghiacciante: «se ti succede di lasciar cadere il bambino, non confessarlo mai. Se muore, tutto è a posto».

Istruzioni alla servitùIl rapporto servo-padrone è a sua volta una tematica, se non proprio archetipica, quantomeno classica: spunto satiriconella letteratura occidentale, basti pensare a Plauto o a Goldoni, acquista, nell’operetta “morale” di Swift una dimensione di umorismo nero di sconcertante efficacia. Come altri artisti inglesi del ‘700, primo tra tutti il grande William Hogarth (pittore inglese, incisore e autore di stampe satiriche) È lo stesso artista a rivelarci le fonti da cui attinge per le sue opere, ovvero il teatro e la contemporanea letteratura inglese Swift propone con intenti morali un affresco spietato ma reale della società del suo tempo sezionata, o meglio vivisezionata, con precisione da chirurgo. E anche del nostro, se pensiamo a programmi trash di grosso successo nei vari format internazionali, quali Spie al ristorante, finalizzato proprio a scoprire i modi in cui alcuni dipendenti di varie attività di ristorazione derubano i proprietari – in modi invero variegati e fantasiosi, bisogna dire, oltre che sfacciati.

Il creatore di Gulliver, in questa sua operetta senile, dimostra una vis polemica e una vena satirica che rendono di grande attualità ancora oggi, i suoi consigli alla servitù, in particolar modo se li si potesse collegare (e infatti lo facciamo) idealmente ad un altro libello satirico, di cui ci occuperemo prossimamente, quale Fisiologia di un impiegato di Honoré de Balzac. Quest’ultimo, assieme alle Istruzioni per la servitù, tratteggia un quadro che va al di là del giocoso paragone con la nostra televisione – spazzatura: assieme, il nostro dittico compone il tratteggio di una classe umano-sociale subalterna per volontà ed indole, questa sì archetipica, che compose le schiere degli ignavi e che ancor oggi compone quelle di coloro i quali vedono passività ed opportunismo come virtù cardinali.

Un’umanità alla quale giustamente rivolgere anche un Discorso sulla servitù volontaria, prossimamente su queste pagine.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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