“Gli indifferenti” di Alberto Moravia: la vacuità morale della borghesia

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Gli indifferenti di Alberto Moravia (pseudonimo di Alberto Pincherle, 1907 – 1990), pubblicato il 27 luglio 1929, è uno dei più sinceri e crudi ritratti della società borghese italiana pre-fascista. Il sentimento che segna l’intero arco della narrazione è quello dell’indifferenza: la totale noncuranza dell’altrui persona.

Gli Indifferenti, Alberto Moravia, 1929

Cosa c’è di peggio dell’indifferenza? Una relazione umana può essere caratterizzata da cordialità o conflitto, ma comunque in entrambi i casi si suppone il riconoscimento dell’uno nei confronti dell’altro. Nel caso dell’indifferenza questo fondamento viene ad essere totalmente assente: il totale disinteresse nei confronti di un soggetto diverso dal sé è il fallimento umano. Ancor peggiore forse è il caso in cui all’indifferenza si accompagna l’opportunismo, ovvero utilizzare un apparente legame affettivo, dietro al quale si nasconde indifferenza, al fine di ottenere un obbiettivo personale. Questa è la grande tragedia che sottende tutti Gli indifferenti.

Il senso di vuoto, alienazione, solitudine, arrivismo e appunto indifferenza sono i tratti che accomunano i personaggi del romanzo dello scrittore romano. Emblematica è la figura di Michele Ardengo, un giovane insofferente nei confronti di tutto ciò che lo circonda: è indifferente soprattutto alla realtà della mondanità romana benestante con la sua ipocrisia, che riconosce ma non combatte, subendola passivamente alla stregua di tutti gli altri, in una sorta di circolo vizioso infinito. Nulla lo scuote dal suo torpore, neanche l’idea che Leo Merumeci, sgradevole uomo (esternamente ed internamente) benestante, frequenti la madre Mariagrazia, rimasta vedova, al solo fine di ottenere la villa di famiglia, ma allo stesso tempo cerchi di violentare la sorella Carla. Quest’ultimo fatto viene rivelato al protagonista da Lisa, donna innamorata di lui e disposta a tutto per farsi notare; lui invece la snobba continuamente con la solita glaciale indifferenza. Un sussulto sembra smuovere Michele, ma il tentativo fallito di uccidere Leo con una pistola che Michele stesso dimenticherà di caricare è soltanto un’azione mossa dalla convenzione sociale di difendere l’onore famigliare in casi del genere: non è un’azione di rivolta verso il mondo che lo tiene in pugno, ma si rivela una prova ulteriore dell’invisibile prigionia del giovane. Carla, alterego femminile di Michele, è altrettanto fragile e insofferente: si lascia travolgere dagli eventi, accettando perfino la proposta di matrimonio di Leo al termine della narrazione. Una donna consapevole delle dinamiche della realtà in cui vive e che segue, ben conscia della pochezza morale della sua esistenza; ma tutto ciò le giova al fine di continuare a vivere in quella gabbia dorata data da una vita agiata.

Alberto Moravia

Il realismo della prosa di Moravia riprende le atmosfere di Émile Zola: il decadentismo morale della classe dirigente dell’epoca è descritto con una chiarezza desolante. La classe sociale che si è giovata della rivoluzione industriale e del boom economico di inizio secolo per ottenere il potere politico, era disposta a tutto per autoconservarsi: non è casuale l’alleanza col partito fascista, che agli albori osteggiò apertamente questa parte della società. Una critica molto serrata che portò Moravia ad essere accostato al Partito Comunista Italiano, partito di cui però lo scrittore non farà mai parte. Questo dato si riflette nel romanzo stesso: se l’ideale comunista prospetta la rivoluzione proletaria come la panacea di tutti i mali del suo tempo, al contrario Moravia non dà una soluzione alla realtà fotografata nella sua narrazione.

La critica che sottende Gli indifferenti è ancor più amplificata dal mancato finale: Carla e Mariagrazia si recano ad un ballo in maschera senza che la madre sia ancora a conoscenza del fidanzamento della figlia col suo uomo. La non conclusione del romanzo sembra palesare il fatto che lo scrittore abbia raggiunto il suo scopo: il messaggio era stato inviato, il sasso è stato lanciato nel lago, dunque le vicende umane dei personaggi erano irrilevanti alla luce di quel continuo ritorno ad una vita immorale alla quale gli indifferenti non avevano via di scampo.

George Segal, Three Figures on Four Benches, 1979

Il mondo criticato da Moravia è lo stesso in cui lui si trovò a vivere. Egli stesso si sentiva insofferente in quanto corpo estraneo, in quanto artista, in quella dimensione fatta di maschere pirandelliane, conformistica e perciò fonte di frustrazione per chi vi viveva. Movaria cercò di evadere attraverso la letteratura, facendo in modo di utilizzarla anche come mezzo di denuncia. A distanza di quasi 90 anni le cose sembrano essere praticamente immutate: anche da tale lungimiranza si evince la grandezza di Alberto Moravia.

Pierfrancesco De Felice per MIfacciodiCultura

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