Loro di Roma – Mercurio e Argo: quando avere cento occhi non basta!

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Giove, Io, Giunone, Argo e Mercurio sono i protagonisti di un mito che mescola tradimento e gelosia, ma che vuole anche spiegarci la particolare bellezza del pavone.

Il mito

Ceramica attica

Si racconta che un giorno, a causa di un incantesimo, Giove si innamorò della bella Io, sacerdotessa di Giunone. Per nascondere alla moglie l’ennesimo tradimento, il dio tramutò la fanciulla in una giovenca ma Giunone, sospettosa, volle comunque ottenere l’animale in dono dal marito. Giove, per fugare ogni sospetto, acconsentì ma la dea diffidente pose la fanciulla/giovenca sotto la sorveglianza del gigante Argo. E la scelta non fu casuale: sembra che costui avesse cento occhi sparsi per tutta la testa e che per riposare ne chiudeva solo due alla volta, mentre gli altri rimanevano sempre aperti! Giove però, dispiaciuto per la triste sorte che aveva causato ad Io, incaricò il figlio Mercurio di liberarla. Per riuscire ad avvicinarsi ad Argo, il dio escogitò uno stratagemma: si camuffò da pastore e, dopo essersi tolto l’elmo e le ali, si incamminò verso il gigante Argo, suonando una straordinaria melodia. Costui, affascinato dal suono, invitò il dio a sedersi con sé e Mercurio iniziò quindi ad intrattenere il gigante raccontandogli la storia di Pan e Siringa, fino a che non riuscì a fargli chiudere per il sonno tutti i cento occhi! Mercurio poi sfoderò la spada e tagliò la testa al gigante, riuscendo così a liberare Io. Giunone, dispiaciuta per la triste sorte capitata al fido gigante, prese gli occhi dalla sua testa e li pose sulle piume del pavone, suo animale sacro. Io venne però punita nuovamente da Giunone, che le inviò un tafano a tormentarla, costringendola a girovagare senza sosta per tutta la terra. Arrivata al braccio di mare tra Europa e Asia, la fanciulla attraversò a nuoto lo stretto che prese il nome di Bosforo (che vuol dire proprio “passaggio della giovenca”) giungendo in Egitto e riacquistando le fattezze umane.

Mercurio e Argo nell’arte

Pompei

Un mito che nell’arte viene rappresentato fin dalle epoche più antiche, come ben dimostra l’anfora attica di V secolo a.C. decorata dal pittore di Eucharides con la rappresentazione del momento in cui Mercurio sta per uccidere Argo. Ma anche i romani continuarono a rappresentarlo, come per esempio nel Tempio di Iside a Pompei – oggi al Museo Nazionale di Napoli – in cui ben si riconosce il momento in cui Mercurio porge la siringa ad Argo che custodisce Io. È però forse il Seicento, il secolo che regala le più grandi opere d’arte che ritraggono il mito. Pieter Paul Rubens nel suo Giunone ed Argo del 1611 riesce a raccontare l’intero epilogo del mito in un’unica tela, quando cioè Giunone pone sul pavone i cento occhi di Argo, il cui corpo giace a terra privato della testa! Qualche anno dopo, nel 1659, Diego Velaszquez realizza il suo Mercurio ed Argo (immagine di copertina), scegliendo quindi di immortalare nella tela il momento in cui il dio fa addormentare il gigante. Nel XVII secolo invece Andrea Locatelli realizza il suo Paesaggio arcadico con Mercurio ed Argo, il cui paesaggio si contraddistingue da un’intensa ricchezza cromatica e da trasparenze luminose, che accentuano la profondità dell’orizzonte, come diventerà tipico nella pittura del Settecento.

Il significato del mito

Rubens

È questo forse uno dei miti del mondo antico che meglio riesce ad esprimere il tormento dei coniugi: Giove rappresenta il potente che pur di affermare la propria prevalenza è disposto a tutto e ricorre anche ad assurdi stratagemmi; Giunone invece, tormentata dalla folle gelosia, è la moglie che cova le peggiori vendette, trovando pace solo quando la rivale sparisce. A quel punto, il marito traditore è sconfitto, la giovane e bella amante è eliminata e Giunone si può anche concedere un atto di pietoso perdono. Io, dunque, come ogni amante clandestina, si trova tra la furia possessiva di Giove e la gelosia di Giunone: in questa scomoda posizione non può far altro che subire, fino ad essere costretta a fuggire in un’altra terra dove poter ricominciare a ricostruirsi una nuova immagine.

L’Asino d’Oro – Associazione Culturale per MIfacciodiCultura

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