Lo storico dell’arte americano Noah Charney racconta i capolavori “perduti”

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Noah Charney, The Museum of Lost Art

Quando la mano dell’uomo altera l’equilibrio della bellezza artistica cosa accade? Accade che l’uomo perde sé stesso nella perdita della sua identità. Lo storico dell’arte americano Noah Charney firma un nuovo lavoro The Museum of Lost Art, seguito del suo best seller del 2015 The Art of Forgery, in cui analizza le motivazioni che spingono artisti e criminali a falsificare un’opera d’arte.

Nel nuovo libro, Noah racconta i capolavori dell’arte “perduti”, ovvero tutte quelle testimonianze dell’arte che per svariati motivi sono andate perdute in un primo momento, poi ritrovate: come il cosiddetto “tesoro di Hitler”, confiscato durante il Terzo Reich, oppure quelle andate in fumo completamente, come nel caso delle opere sbriciolate o sfregiate per mano dell’Isis. Quello della requisizione delle opere d’arte è un tema ciclico nella storia: l’arte è da sempre trofeo di dittatori, regimi totalitari, o invasori. Il potere, la supremazia di un popolo su un altro, è sempre stato simboleggiato dal saccheggio o dall’appropriazione (“pacifica” o meno) di ciò che per una civiltà rappresenta libertà e identità culturale, ovvero le opere d’arte, i monumenti, le opere letterarie. Nel caso dell’arte, con il termine “perduto” non si intende lo smarrimento di un prodotto materico, ma la perdita del suo intero essere, dalla sua realtà tangibile all’identità che lo determina e determinata a sua volta dalla bellezza del prodotto alla sua testimonianza storica.

Noah Charney si fa carico di uno studio lungo ed esplicativo per l’intera umanità, che non intende solo portare alla mente un accaduto, ma le motivazioni reali che spingono l’uomo ad alterare l’essenza dell’arte, nell’azione del furto, della deturpazione o distruzione, della falsificazione. Tentare di distruggere un’opera d’arte che ha marcato la storia è a suo modo un crimine. Ricordiamo il caso de la Pietà di Michelangelo in san Pietro che, nel 1972, venne presa a martellate da un mitomane, l’abbazia di Montecassino che il 15 febbraio del 1944 gli Alleati bombardarono riducendola in macerie convinti che dentro ci fossero i tedeschi (che invece presidiavano soltanto il luogo dall’esterno), la distruzione nel 2001 dei Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, per volontà dei capi talebani, il fondamentalismo islamico che devasta i siti archeologici di Nimrud e di Hatra, in Iraq, di Palmira in Siria. Siamo dinanzi a crimini di guerra come quello che è stato attribuito dalla Corte penale dell’Aja al tuareg Ahmad al-Faqi al-Mahdi per aver collaborato nel 2012 alla distruzione di mausolei e di una moschea a Timbuctu. Attaccare l’arte nella sua identità è un crimine contro l’umanità stessa. Depredare o distruggere l’arte è un atto di barbarie, che colpisce la bellezza, la storia e il sacro come patrimonio comune.

La Pietà vaticana, Michelangelo Buonarroti, 1497-1499

Noah Charney tratta poi a lungo l’argomento della falsificazione. La singolarità e irripetibilità corrispondono alla dimensione estetica dell’opera che si distingue per il suo unicum, il suo stato di riconoscibilità assoluta. La pratica della copia ha origini non per nulla recenti, basti pensare negli anni ’30 e ’40 alla storia di Han Van Meegeren e dei falsi Vermeer. A cinquantadue anni, Van Meegeren possedeva un grosso capitale: doveva tutto ai suoi falsi e se a ogni nuovo tentativo rischiava sempre di più di essere smascherato, non gli importava molto poiché ormai tutto il mercato istituzionale su Vermeer sembrava muoversi intorno a quel processo di falsificazione. Aveva ormai stabilito una specie di continuità con Vermeer tanto da non porsi più il problema della falsificazione come una truffa. Egli stesso dopo la liberazione (accusato di collaborazione con i nazisti) aveva rivelato che gran parte dei Vermeer in circolazione li aveva realizzati lui stesso con la complicità di mercanti e burocrati dello Stato e anche degli stessi acquirenti.

Quanta speranza c’è ancora nella citazione «la bellezza salverà il mondo» di Dostoevskij, se è la bellezza stessa ad essere sotto attacco?

Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte. 

Gustave Flaubert

Grazia Nuzzi per MIfacciodiCultura

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