Gus Van Sant: il cinema come interpretazione della realtà

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Il 24 luglio 1952 nasceva Gus Van Sant, un regista che ha dimostrato nel corso della sua carriera di saper raccontare e interpretare sapientemente la realtà attraverso i suoi lavori.

Gus Van Sant
Drugstore Cowby

Dopo aver debuttato nel 1985 con Mala Noche, un film su due immigrati messicani a Portland e sul loro rapporto particolare con il gestore di un minimarket, realizza il suo primo successo commerciale e di critica nel 1989: Drugstore Cowboy. La pellicola, ispirata all’omonima autobiografia di James Fogle, racconta le problematiche vicissitudini di un gruppo di tossicodipendenti negli anni ’70. Uno degli aspetti che contribuisce enormemente a immergere lo spettatore nella trama è l’ottimo lavoro attuato da Elliot Goldenthal nella composizione della colonna sonora, nella quale figurano anche diversi brani proveniente dal periodo durante il quale il film è ambientato. Van Sant si occupa ampiamente della tematica della droga anche nel successivo Belli e dannati (1991), affrontandola da un punto di vista più intimo rispetto al predecessore. Le storie personali di Mike Waters e di Scott Favor, interpretati da River Phoenix e da Keanu Reeves, si presentano infatti come il modo perfetto per indagare delle realtà che difficilmente possiamo trovare rappresentate così verosimilmente in altre pellicole cinematografiche.

Tuttavia, il film che apre le porte del successo a Gus Van Sant è Will Hunting – Genio ribelle (1997). La pellicola gode in particolare di un’ottima sceneggiatura, scritta da Matt Damon e da Ben Affleck, per la quale i due attori americani hanno ricevuto anche il premio Oscar. Matt Damon interpreta inoltre il protagonista, Will Hunting, un ragazzo che lavora come custode al Massachusetts Institute of Technology ma che possiede un’enorme cultura. In particolare, il suo talento nella matematica si dimostra evidente quando risolve un problema molto difficile lasciato come esercizio per i suoi studenti dal professor Sean McGuire. È proprio nel rapporto che si viene a costituire tra il professore interpretato da Robin Williams e Will Hunting che Van Sant dimostra di saper dirigere con maestria i propri attori: il risultato è una superba indagine sull’alienazione e sull’emarginazione sociale.

Gus Van Sant
Elephant

Nei primi anni 2000, Gus Van Sant decide di proseguire la sua attività di commentatore della realtà con un trittico di film dedicati all’esplorazione della tematica della morte: Gerry (2002), Elephant (2003) e Last Days (2005). Il primo si ispira agli eventi concernenti il decesso dell’escursionista David Coughlin, ma il regista americano decide di non effettuarne un mero reportage e di utilizzare invece uno stile visivo particolare a cavallo tra il visionario e il surreale. Prendendo spunto dalla poetica cinematografica del regista ungherese Béla Tarr, Van Sant propone a tal proposito diversi piani sequenza che guidano lentamente lo spettatore nel calvario dei due protagonisti, sperduti in un deserto del New Mexico. Inizialmente non particolarmente apprezzato dalla critica, il film si dimostra invece essere una delle produzioni più originali e interessanti all’interno della corposa filmografia del regista americano.

A differenza di Gerry, Elephant è stato lodato dalla critica specializzata sin dalla sua presentazione al Festival di Cannes del 2003, durante il quale si è aggiudicato la Palma d’oro. Nella pellicola, Gus Van Sant affronta con lucidità il massacro avvenuto nel 1999 alla Columbine High School, proponendola dal punto di vista dei killer e degli alunni della scuola. Un parallelo interessante può essere effettuato con il documentario di Michael Moore Bowling a Columbine, dedicato allo stesso evento. Se Moore preferisce riempire la sua opera di contestazioni politiche e di riflessioni sull’uso delle armi, Van Sant decide invece di affrontare il massacro da un punto di vista più umano e fornendoci il punto di vista dei suoi protagonisti attraverso una ricostruzione verosimile della vicenda: una particolarità che invece manca all’ultimo film della trilogia della morte di Van Sant, Last Days, liberamente ispirato al leader dei Nirvana Kurt Cobain. La pellicola è una tra le meno riuscite del regista americano (insieme al remake di Psycho di Alfred Hitchcock), in quanto spesso sconclusionata, incoerente e senza un chiaro fine narrativo da raggiungere.

Gus Van Sant
Gus Van Sant

Di diverso avviso sono invece Paranoid Park (2007) e Milk (2008), due film guidati dalle ottime interpretazioni di Gabe Nevins nel primo e di Sean Penn nel secondo. Milk in particolare si sofferma sulla vita e sull’assassinio di Harvey Milk, una delle figure più importanti e attive per la comunità omosessuale durante gli anni ’70. Ripercorrendo le sue gesta e il suo rapporto con Dan White, il politico che ha posto fine alla sua vita insieme a quella di George Moscone, Van Sant orchestra ancora una volta la sua opera in modo tale da renderla un affresco sensibile di ciò che mira a rappresentare.

In tal senso, è un peccato vedere come i film più recenti del regista americano non risultino altrettanto brillanti: in ogni caso, nella speranza di un’inversione di marcia futura, ci restano i suoi capolavori come testimonianza del suo grande estro registico.

Daniele Sacchi per MIfacciodiCultura

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