Philip Seymour Hoffman, l’anima fragile e distante del cinema

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Sono molte le persone dotate dei più svariati talenti, sono poche però quelle che riescono a trasmettere forti emozioni sfruttando a pieno il loro dono, Philip Seymour Hoffman (Fairport, 23 luglio 1946 – New York, 2 febbraio 2014) era uno di quelle.

Nei panni del Conte in “I love Radio Rock”

Personaggio schivo, restio, chiuso in sé stesso, all’apparenza distante che regalava interpretazioni mozzafiato sul palcoscenico o davanti alla macchina da presa. Di tutto il panorama hollywoodiano degli ultimi decenni senza alcun dubbio Hoffman è uno dei più rappresentativi, dei più gettonati tra i registi e tra i più amati dal pubblico. Attore polivalente e difficilmente etichettabile: ha recitato di tutto, dai primi ruoli in Boogie Nights, Il grande Lebowski, La 25a ora, passando per e alla fine arriva Polly fino a Truman Capote – A sangue freddo con il quale si aggiudicò l’Oscar come migliore attore protagonista.

Non solo cinema, tanto, moltissimo teatro, la sua grandissima passione. Racconta la moglie, Mimi O’Donnell, che lo conobbe nel ’99 quando le era una costumista, che Phil adorava il teatro, adorava fare teatro e soprattutto andarci. Fondò la compagnia Labyrinth la quale portava via molto tempo ma regalava anche grandi soddisfazioni e che dopo le nozze diresse proprio insieme alla O’ Donnell diventata socia.

Con la moglie, Mimi O’ Donnell

Un uomo da una grande sensibilità ma anche da un’anima molto fragile, appena laureatosi aveva una forte dipendenza da alcol e droghe e si ricoverò più volte per cercare di smettere. Philip Seymour Hoffman era così, non aveva nessun tipo di problema nell’ammettere che in lui c’era qualcosa che non andava.

Quando iniziò a frequentarsi con Mimi fu chiaro fin dall’inizio. «Ci sto al cento per cento», così le disse Hoffman quando questa si dichiarò, tra loro c’era chimica, un’attrazione che percepirono entrambi dal loro primo incontro. Iniziò così un fidanzamento e poi un matrimonio meraviglioso, ebbero tre figli ai quali Hoffman era molto legato. Durante la sua ascesa come attore la sua vita privata andava letteralmente a gonfie vele: Mimi dirigeva pièce, lui aveva ruoli sempre più importanti, vivevano in un appartamento a West Village, avevano tre figli in ottima salute ed economicamente le cose andavano egregiamente. Non immaginava forse Hoffman di morire giovane, tuttavia, dopo vent’anni da sobrio intorno ai quarant’anni una crisi colpì l’attore; ricominciò a bere di tanto in tanto un bicchiere, la cosa inizialmente non fu preoccupante, a lungo andare invece divenne un problema irreparabile.

Truman Capote

Quando le cose sembrano andare a gonfie vele il fato mette a dura prova i nervi e l’esistenza di ogni individuo; quelli fragili come Philip Seymour Hoffman spesso ne escono sconfitti e così accadde a lui. Iniziò a bere con una certa frequenza, fortunatamente la ricca attività teatrale e cinematografica lo tenevano lontano dalle droghe. I momenti di vuoto erano i peggiori: iniziò a riprendere pasticche, negava tutto a Mimi che per proteggere lei e i bambini invitò Phil a trasferirsi in un appartamento vicino. Era ingestibile, continuava a vedere i piccoli, cenavano insieme ed usciva con loro ma quando aveva le sue crisi d’astinenza la situazione era davvero problematica.

Mimi fu l’ultima ad arrendersi, capì che ormai l’amore di una vita era in balìa di sé stesso e che nulla lo avrebbe più potuto salvare. Così fu: il 2 febbraio del 2014 al rientro da Atalanta, dove aveva girato Hunger Games venne trovato morto. La diagnosi accertò l’overdose.

Un’intera vita a combattere le proprie debolezze per poi uscirne sconfitto, questo fu il suo destino. Nonostante tutto Mimi non smise mai di lottare con lui e fino alla fine anche lei c’era al cento per cento.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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