La pittura psicanalitica di Lucian Freud: animi spossati e corpi flaccidi

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Un cognome ingombrante, una vita consacrata alla pittura e alla sregolatezza. Lucian Freud, nato a Berlino l’8 dicembre 1922 e morto a Londra il 21 luglio 2011, è considerato uno dei massimi esponenti della pittura inglese del XX secolo: con il piccolo ritratto della regina Elisabetta II eseguito tra il 2000 e il 2001 è entrato a pieno diritto nel firmamento dei ritrattisti di corte, in coda ad Holbein, Tiziano, Van Dyck. La sua consacrazione nel Regno Unito, tuttavia, fu decretata molti decenni prima: nel 1939 ottenne la cittadinanza inglese, e nel 1954, insieme a Francis Bacon e Ben Nicholson rappresentò la Gran Bretagna alla XXVII Biennale di Venezia.

La pittura psicanalitica di Lucian Freud: animi spossati e corpi flaccidi
Ragazza con cane bianco (1951-1952)

Figlio di un architetto e di una pittrice, nipote del padre della psicanalisi, Lucian Freud, oltre ad essere pittore, fu anche collezionista. Nella sua casa londinese le opere altrui scandivano i tempi dell’atelier e quelli di riposo. In camera da letto un ritratto femminile di Jacques-Emile Blanche, un paesaggio di Corot, una natura morta di Manet. Nell’atelier la sua lentezza e il suo narcisismo soffocante, modelli non professionisti costretti a mesi di intensa osservazione e lunghissime sessioni di posa, immersi nei propri pensieri stanchi e nella pesantezza del proprio corpo.

Quella di Freud è una pittura che incute una tristezza disarmante. La pennellata pastosa e tremolante trasuda di tensione e di sconforto, racchiude i pensieri più cupi di personaggi cui è stata tolta la maschera impeccabile necessaria nella vita di tutti i giorni, quella maschera che non fa sentire in balia di se stessi. Animi spossati, corpi flaccidi. La triste realtà di uomini e donne che sembrano aver vissuto un’esistenza penosa, sopraffatta dalla noia. Sono ritratti di familiari, amici, amanti, persone coinvolte direttamente o indirettamente nell’esistenza dell’artista e delle quali egli coglie il lato oscuro, quello più soffocante, doloroso e impronunciabile.

La pittura psicanalitica di Lucian Freud: animi spossati e corpi flaccidi
Ragazza incinta (1961)

Con un coinvolgimento emotivo totale, spesso anche fisico, con una capacità di penetrazione psicologica (genetica?) che ha del magico, Freud ha ritratto una nudità emotiva sconcertante. È una pittura che va oltre il realismo. Non racconta una storia e non riusciamo a percepire fino in fondo quali pensieri possano aver annebbiato la mente del soggetto: si avverte un’avvilente tristezza, una realtà tragica e tuttavia sensuale, una disperata solitudine, l’incapacità di risollevarsi e la stanchezza di stare al mondo. Sono personaggi che non hanno più uno status e la cui identità non sempre è svelata nel titolo dell’opera, come se Freud avesse voluto svuotarli della propria biografia.

Sono ritratti crudi, disturbanti, in cui il vuoto mentale si traduce in una posa distorta. Il corpo è opulento o emaciato, terribilmente pesante, i genitali brutalmente esibiti. Ogni tratto ha dello sgradevole, del nauseante. La pesantezza  di queste figure disarmate, con la pelle avvizzita e i seni flosci, trascina ogni cosa con sé.

Ragazza con cane bianco (1951-1952)
Uomo nudo con topo (1978)

Con le donne bugiardo e ingordo, sessualmente sfrenato ed aggressivo, Lucian Freud seminò una serie di figli della maggior parte dei quali non si preoccupò. Mostruosamente egoista e sfacciato, giocatore incallito, condusse una vita mondana che si potrebbe definire bipolare e che riflette un attaccamento morboso nei confronti dell’eccesso: da una parte la ricca borghesia inglese, gli artisti più affermati e facoltosi collezionisti, dall’altra malviventi, drogati e prostitute. L’unica donna di cui si innamorò profondamente, nel suo catalogo di amanti, fu Caroline Blackwood, una donna ricchissima che egli non mancò di tradire, ma dalla quale fu anche tradito (con Picasso, sic). Una relazione tormentata, al limite del paranoico, che ci ha lasciato alcuni tra i più intensi ritratti dipinti dall’artista.

Ogni ritratto, per Lucian Freud, fu un autoritratto. Dietro quella maschera sfacciata e predatrice si nascondeva una tristezza sognante, uno sguardo disincantato e impotente sullo scorrere del tempo.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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