I Grandi Classici – “Il sergente nella neve”, il dramma della ritirata di Russia secondo Rigoni Stern

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In tempi di pacchia e di crociere, per tacer della canicola estiva, perché non parlare di viaggi, e possibilmente in comitiva, per ampliare il divertimento, diffondere socialità e allargare la cerchia delle conoscenze? Già che ci siamo, pensiamo all’estero per ampliare le nostre esperienze di culture diverse dalla nostra; e magari, furbescamente, puntiamo la nostra attenzione su una località “rinfrescante”, che allontani dalla pelle congestionata almeno il sudore metaforico. Diventa così quasi logico parlare di resoconti di viaggio, freschi per scrittura e ambientazione, frizzanti come un cocktail on the rocks, tra un happy hour e l’altro, con una spruzzatina di villaggio vacanze experience: e quindi il nostro Grande Classico di mezza estate non poteva essere che Il sergente nella neve, di Mario Rigoni Stern.

Un’intensa immagine di Mario Rigoni Stern

L’alpino Rigoni Stern fu uno dei quasi 300.000 fortunati che furono estratti per partecipare a quell’eccitante avventura, prodromo di successi (per quanto ben più ardui dal punto di vista fisico e mentale) quali L’isola dei famosi ed altri survivor reality; fu anche uno di quelli che tornò indietro, uno dei pochi, una manciata di uomini che ritornarono da questa esperienza che lo impressionò e formò a tal punto da renderlo romanziere (un po’ come il famoso recensore di Tripadvisor, quello lì… ah, sì, Primo Levi), a partire da questo Il sergente nella neve, che altro non è che un insieme di ricordi della ritirata di Russia, scritto in un lager tedesco nel 1944 – vedi che nei lager non si stava male? Li lasciavano anche scrivere, praticamente una pacchia: non è invece dato sapere se il soggiorno costasse 35 euri al dì.

L’opera di Rigoni Stern fu pubblicata da Einaudi nel 1953: una tra le tante, in fondo, che parlano dell’esperienza di guerra delle armate italiane mandate un po’ ovunque, in tutti i climi e latitudini, ma unite sempre dal fil rouge dell’impreparazione e del materiale inadeguato, dai deserti africani alle steppe russe. Il paragone corre immediato a Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Remarque, ovviamente non per l’ambientazione ma per la freschezza e la veridicità del racconto. Del resto, Rigoni Stern fu sergente maggiore dell’ARMIR, e la sua vividezza deriva dall’esperienza diretta assai più che dalla capacità letteraria: per quanto, se Elio Vittorini fu alquanto critico nei confronti della scrittura di Rigoni Stern dal punto di vista linguistico e tecnico, Primo Levi ebbe a definirlo come uno dei più grandi scrittori italiani. Peraltro, se opere come Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi, può essere definito un best seller, a Il sergente nella neve va sicuramente l’appellativo di long seller: tanto che Einaudi lo pubblica ancora, in volume con Ritorno sul Don (storia di un secondo viaggio di vacanza in luoghi in cui ci si è trovati particolarmente bene, ovviamente).

Quanti chilometri fino a casa, sergentmagiù

Con un registro quasi sempre assai simile al parlato, con inflessioni colloquiali e dialettali (peraltro richieste dalla materia, ché uno degli aspetti caratterizzanti e proprio l’illustrazione della variegata realtà fortemente regionale dei soldati italiani), poche digressioni e poche ipotassi ed un lessico semplice fino al doloroso («Non pensavo ai carri armati che erano già arrivati al comando, né a quanti chilometri c’erano per arrivare a casa»), Il sergente nella neve racconta diverse battaglie, ma una su tutte spicca: quella dell’uomo per conservare la propria umanità.

Rimangono colpiti, gli alpini, quando sentono un grido, «Sentivamo uno che rantolava e chiamava Mama! Mama! Dalla voce sembrava un ragazzo. Si moveva un poco sulle neve e piangeva. –Proprio come uno di noi, – disse un alpino: – chiama mamma». E gli alpini, dallo loro comode, pulite e calde trincee, dalla loro pacchia, lasciano che i russi vengano a prendere i loro morti e feriti.

È un romanzo stanziale nella prima parte, Il sergente nella neve, quando la guerra è sostanzialmente di posizione; diventa romanzo di viaggio, ma un viaggio particolare, quando inizia la tragica ritirata di Russia, romanzo di formazione per così dire, se la sopravvivenza a tutti i costi può essere definita formazione, e la domanda su quanti chilometri mancheranno per arrivare a casa inizia molto prima della ritirata stressa, un’ecolalia, un’ossessione, un appiglio per trovare forze che secondo logica non ci sono più. E continuare a camminare, come Popoff nella canzone dello Zecchino d’Oro.

Il sergente nella neve in edizione Einaudi

Va letto come testimonianza storica, Il sergente nella neve; va letto con piacere anche per i lampi di lirismo che punteggiano qua e là un racconto di una straordinaria resa realistica. Va letto, soprattutto, perché siccome abbiamo perso del tutto la capacità di immedesimarci nel dolore degli altri, il sergente Rigoni Stern può aiutarci a ritrovare la strada di casa, anche se i chilometri da fare sono davvero tanti. Siamo però in compagnia dei commilitoni del sergente nella neve, dal quale prendono ordini e conforto, figura che vedono amica, rassicurante, quasi paterna.

È una cartina di tornasole per il lettore e la persona, Il sergente nella neve: perché se a leggere quelle domande sul futuro, sui pericoli che attendono traditori e furtivi e sui chilometri che mancano a casa, quelle domande che finiscono invariabilmente con l’invocazione magica «Sergentmagiù?», non vi si strazia l’anima, potete anche posare il libro e andare a vomitare un po’ d’odio sui social.

Vieri Perocini per MIfacciodiCultura

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