#Ontheroad – Viaggio nella Germania tempestosa di Goethe

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Quanto è curioso immaginare di iniziare un’ipotetica giornata qualunque accendendo con una lente una fiamma su un piccolo altare costruito su dei blocchi di minerali? Raccogliere la luce, così come viene, catturandola anche solo fugacemente in un apparecchio ingegnoso volto a studiarne le differenze luminescenze peculiari del gelido inverno oppure le elucubrazioni vermiglie dei primi albori mattutini di agosto, che sfumano lievemente nelle comparse ocre delle sei settembrine. Un animo, quello di Goethe, che precocemente già annunciava originalità e una sensibilità sopraffina per l’universo mirabolante di testimoni inconsapevolmente viventi, con le presenze spettrali della natura o più fintamente concrete come le risate dell’essere umano.

Personalità scompostamente frammentarie

Studi di latino, francese, poi giurisprudenza e, infine, una tal confusione da esplodere in una stravaganza di episodi e in vestiti del tutto inusuali (“abbigliamento alla Werther: giacca azzurra e pantaloni gialli”): in quell’epoca, tra il 1770 e il 1775, durante i trasferimenti tra Lipsia a Strasburgo, avvenne la formazione letteraria e culturale ma soprattutto cominciò a disvelarsi la personalità unica di Goethe, che di lì a poco conoscerà lo Sturm und Drang. Nel 1774 verrà scritto il romanzo aureo dello scrittore, I dolori del giovane Werther. Il Romanticismo, con personalità quali Schelling, afferma l’importanza della natura, che tutto è fuorchè uno background pallido e senza carattere.

La speranza è la seconda anima dell’infelice

Au lit, le baiser“: amore ingenuo di Toulouse- Lautrec

Uno specchio d’acqua, quel riflesso particolare e il colore di quelle foglie ottobrine sono lì attualmente e rispecchiano l’animo inquieto e in continuo processo di cambiamento involontario della mente di Goethe. È l’uomo con la sua capacità di amare a proiettare fuori di sé quello che è il proprio stano d’animo burrascoso, talmente tanto in ripida discesa febbrilmente eccitata da piombare improvvisamente in un’apatia sconcertante. Sembra un quadro di Toulouse-Lautrec l’amore di Werther per la bella Charlotte soprannominata Lotte, un’infatuazione genuina (che pian piano evolve in quella passione erotica che tanto bene il pittore francese saprà dipingere nei quadri successivi). Ma quella figura venerata rimane laggiù, senza mai essere raggiunta per davvero, occupata a destreggiarsi tra le vie campagnole, tanto è irraggiungibile lei e incredibilmente netto e senza via di fuga è quel rifiuto dapprima silenzioso e poi sempre più palese e presente nelle vibranti ore nottambule sul finir del crepuscolo.

Ho voluto ascoltare
la sera respirare fresca,
gli alberi neri di temporale –
dico: gli alberi neri, di temporale –
poi le zanzare, lamentose,
i ruvidi passi di contadini,
le campane echeggianti lontano.
Volevo sentire gli alberi in regata
e vedere un mondo sorprendente.
Le zanzare cantavano come fili metallici in paesaggio invernale,
ma il grande uomo nero ruppe loro i suoni delle corde.
La città eretta stava davanti a me fredda nell’acqua

Charlotte: sfinge sfuggente inseguita dal giovane Werther

Non vi è via di fuga, lo stravolgimento tempestoso “tempesta e impeto” di quel movimento come nella poesia Sera bagnata di Schiele, e la natura non è altro che il tramonto dapprima iracondo e poi desolato di un sentimento che, sempre meno potente nel suo fievole candore estasiato, sir assegna sempre più su se stesso. Dunque quella di Goethe è una natura nemmeno pennellata da temporali o scrosci improvvisi di gialli sfracellanti il nero plumbeo della rabbia, bensì colori tenui, dapprima luccicanti di speranza e poi semplicemente sempre più scoloriti e spenti: un ramo senza foglie, un tramonto senza sole, quasi opacità totale. In maniera meno rassegnata e più distaccata dal sentimentalismo di quegli anni, si innamorerà di una vera Charlotte da Weimar, che ricambierà Goethe, il quale le dedicherà liriche e ballate. A ventisei anni inizierà anche la stesura del Faust.

Se la mattina non ci disvela nuove allegrie e, se per la notte non coltiviamo nessuna speranza, a che vale la pena vestirsi e spogliarsi?

Nonostante il cambio di stile, la Natura manterrà la visione panteistica, che oltre a permettere la proiezione degli stati interni, mette letteralmente “in comunicazione con Dio”. Sia nel Faust che negli altri scritti emerge la teoria dei colori da Goethe stessa teorizzata: analogamente agli studi infantili di quella luce filtrante dai colori, tutto è una contrapposizione tra bianco e nero, tra lampi chiari e improvvisi e tutt’altro che placidi iracondi sprazzi neri. La vita è un equilibrio tra questi, con infinite variazioni e schizzi prevalenti infinitamente birichini tra un sentimento e l’altro.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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