“Donne che corrono coi lupi”: un inseguimento che porta fino all’anima

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«C’era una volta» è uno tra gli incipit più potenti, perché ci invita ad ascoltare una storia. Lo sa bene Clarissa Pinkola Estés, psicanalista junghiana, che nel suo saggio Donne che corrono coi lupi ha deciso di costruire una psicanalisi del femminile sulla potente intuizione della Donna Selvaggia.

Ogni donna nasconde nel suo cuore una forza psichica energica, istintiva e creatrice, che assume le sembianze di una lupa dalla natura insieme fiera e materna, seppur soggetta a fobie, insicurezze e mal di vivere. Attraverso un lavoro di ricerca ventennale, la studiosa americana ha attinto alle fiabe e ai miti presenti nelle diverse tradizioni culturali, per aiutare il lettore a guardarsi dentro, a liberarsi dalle forzature per aprirsi ai bisogni più autentici, imparando così a correre con il proprio Sé. Partendo dalla lettura delle fiabe, Clarissa arriva ad una riflessione universale in cui ogni donna si può riconoscere.

È un saggio tutto al femminile, Donne che corrono coi lupi, che insiste su sensazioni così squisitamente muliebri da risultare, in alcuni passi, di difficile comprensione per l’altro sesso. Sarebbe ipocrita negare che esistono delle risate, dei pensieri e delle sensazioni prettamente femminili; Clarissa ne è consapevole, tanto che spesso sottintende dei concetti, sicura che il minimo accenno verrà compreso dalla lettrice, coinvolta in un linguaggio in codice, segreto e per questo accogliente come una tana. Poi certo, alcune paure descritte sono semplicemente umane quindi in grado di colpire anche il cuore di un uomo, tanto che per alcune fiabe descritte esistono delle varianti in cui il protagonista è maschile.

Le leggende e i racconti narrati sono una ventina e spaziano nel tempo e nello spazio, facendoci capire la “complessa semplicità” dell’animo umano. Alla loro base le storie sono sempre espressioni profonde della psiche, sono miti che esistono da centinaia di anni, archetipi che lasciano il segno, penetrando nei sogni e nelle idee dei mortali. Si ergono a tema universale, un complesso di istruzioni che hanno attraversato la Storia per ammaestrare ogni nuova generazioneCosì Barbablù diventa la parabola delle donne ingenue che devono affrontare il mostro per poter sopravvivere e maturare, la Piccola Fiammiferaia ci invita a ragionare sullo spreco delle nostre potenzialità nella sfera creativa, la favola nordica della Donna foca è un inno al desiderio di tornare a casa e di ricongiungersi con la propria essenza, mentre la leggenda inuit della Donna scheletro esorta alla pazienza di aspettare. L’Orso della luna crescente insegna la potenza della dimenticanza e del perdono; non manca un divertito riferimento alla sfera sessuale, da prendere con la leggerezza che solo gli ambiti più importanti meritano.

Donne che corrono coi lupi traccia un quadro approfondito delle emozioni che ogni donna racchiude nel cuore; ogni donna può sentirle proprie ed è incredibile realizzare che tutte condividiamo una fragilità capace di diventare fuoco indomito. È il dono della vita per cui l’organismo deve continuare a lottare, trovando il tempo e il coraggio di non lasciarsi spegnere o mortificare, da nessuno. E la strada è una sola: quella che conduce all’Io più profondo. Solo noi possiamo trovare il tempo e la forza per difenderci da noi stesse, è la più grande scommessa che dobbiamo trovare il coraggio di fare.

Donne che corrono coi lupi è un testo adatto a tutte le età, ma particolarmente utile per le ragazze più giovani, magari da rileggere in un’età più matura, con uno sguardo diverso; è una guida verso l’inconscio femminile, a cui non sfuggono le sfaccettature più intime e nascoste. È un saggio che insegna il valore della libertà, la libertà di andare oltre il dolore, di guarire dalle ferite, di ritrovare quell’anima che credevamo irrimediabilmente persa, di comprendere la forza che alberga in noi, una forza inestinguibile da non sottovalutare mai. In questo senso è indicativo un episodio che Clarissa racconta nel nono capitolo, dedicato proprio al ritorno a casa, come ritorno al Sé:

Un’artista della troupe, una giovane violinista nera di nome India Cook, suonò per le donne. India passava l’archetto sulle corde del violino e suonava musica che penetrava nello sterno, in chiave minore. Davvero il violino piangeva. Una donna del Lakota si appoggiò al mio braccio e sussurrò con voce rauca: «Questo suono..quel violino schiude un posto dentro di me. Pensavo di essere chiusa ermeticamente per sempre.» Mi si spezzò il cuore, ma in un modo bello, perché vidi che, qualunque cosa le fosse accaduta in passato, poteva sentire ancora l’urlo proveniente dal mare, il richiamo a casa…

Clarissa Pinkola Estés

Il libro diventa così sopratutto un inno alla speranza, perché ogni ostacolo può essere superato dalla donna lupo, che impara dagli sbagli e va avanti, senza permettere a nessuno di farla sentire priva di significato. Magari non avrà il solito finale da «e vissero per sempre felici e contenti» ma ci sarà sicuramente un nuovo «c’era una volta» per ricominciare. Il ciclo vita/morte/vita veglierà sempre sulle anime selvagge… Wild hearts can’t be broken?

Erica Beccalossi per MIfacciodiCultura

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