“Palamede”: Alessandro Baricco e l’eroe che l’Occidente ha dimenticato

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Con Palamede – L’eroe cancellato, spettacolo scritto e diretto da Alessandro Baricco, si è concluso il 54° Festival del Teatro Greco di Siracusa, grazie anche alla partecipazione di Valeria Solarino nella veste insolita e affascinante di questo eroe acheo, sconosciuto ai più.

Figlio di una drammaturgia essenzialmente grafocentrica, dove giochi di luce e i suoni sostituiscono una scenografia nuda, lo spettacolo Palamede riporta in calce viva lo stile asciutto, incisivo ed agile del noto scrittore Alessandro Baricco. Autore italiano tra i più amati anche all’estero, egli s’imbatte per caso nella figura sconosciuta di Palamede, leggendario eroe acheo, uomo “illustre e giusto”, durante le ricerche e gli approfondimenti legati alla sua opera di riscrittura dell’Iliade.

Una storia veramente pazzesca.

Così esordisce lo scrittore nel lungo monologo iniziale che occupa l’intera prima parte dello spettacolo, in cui racconta la sua incredulità nella scoperta, attraverso le parole di un’esperta grecista italiana alla quale si era rivolto, di questo eroe epico, figura fondamentale per i greci, che le fonti ufficiali avevano completamente cancellato lasciandone solo alcune tracce sparse nei secoli e nei luoghi, affidate alla voce di autori più o meno noti.

Ma chi era Palamede? E soprattutto perché la sua pur celebre figura di condottiero e uomo saggio non appare in nessun verso di Omero?

Per rispondere a queste domande dobbiamo dunque ricorrere alla consultazione di fonti letterarie non ufficiali. Ecco che Baricco narra la sua opera di “ricostruzione” della figura di un uomo la cui storia potrebbe costituire, nell’ottica della costruzione del mito eurocentrico e filoellenistico dell’Occidente, un’antica macchia di infamia e vergogna.

Di Palamede ci parla Euripide che lo ricorda come l’inventore dell’alfabeto greco e della scrittura e per il concetto di logos motivo duplice (parola, intelligenza-ragionamento) fondante di tutto il pensiero greco, questa attribuzione ci suggerisce l’immenso valore attribuito a questa figura. Euripide lo descrive ancora come l’inventore di numerose tecniche o semplici strumenti utili in guerra (come la parola d’ordine, alcune tattiche militari) e addirittura del gioco degli scacchi, utile per tenere occupati i soldati nelle lunghe attese negli accampamenti, addestrando comunque il loro intelletto nell’arte della guerra. E ancora Filostrato, Apollodoro, Ditti Cretese, ci aiutano a ridisegnare il ritratto umano e politico di quest’eroe che doveva aver partecipato alla guerra di Troia e non come semplice soldato. Palamede era infatti uno dei tre comandanti di terra dell’esercito acheo, insieme ai ben più noti Odisseo e Aiace. Ritroviamo Palamede anche in un verso di Virgilio e soprattutto nell’opera di Gorgia da Lentini, padre della sofistica, che immagina e scrive il discorso di autodifesa (apologia) che l’eroe acheo, accusato di tradimento da Odisseo e Agamennone, avrebbe potuto esporre in tribunale per dimostrare la sua innocenza. La riscrittura di quest’ultima testimonianza, da parte di Baricco, costituisce la seconda parte dello spettacolo, in cui domina maestosa e triste, la figura di Palamede, in uno straordinario monologo, ritmico e tagliente, interpretato da Valeria Solarino. Di Palamede ci parla anche Platone, nel V sec. a.C. e rimangono purtroppo solo citate nei cataloghi  tre tragedie dal titolo Palamede, di Eschilo, Sofocle e del già citato Euripide. Non è probabilmente un caso che i tentativi di riportare in auge la figura di Palamede siano stati più evidenti a partire dall’età classica, in cui assistiamo alla nascita del pensiero filosofico e pre-scientifico su cui si fonda il culto del mito occidentale. Palamede era infatti uomo noto, apprezzato, amato e stimato dai greci per la sua immensa intelligenza.

Come figli dell’Occidente, da Omero a Dante a Joyce, siamo stati a lungo indotti a credere che tale caratteristica, sebbene spesso declinata maggiormente verso la componente di astuzia o furbizia, fosse incarnata nel modello greco dal personaggio di Odisseo. In realtà, ci racconta Baricco, attraverso le sue fonti, Palamede e Odisseo rappresentano due facce della stessa medaglia.
Il loro è un epico scontro tra due intelligenze, tra due forme di intelligenza, tra due diverse visioni del mondo: Odisseo rappresenta un sapere antico, sostanzialmente conservatore, legato ancora ad una visione del mondo teocentrica e ad un potere autoritario. Palamede, invece, rappresentava un sapere laico e in qualche modo antropocentrico, ante litteram, (per questo, probabilmente, apprezzato da Euripide), dedito ad una visione della realtà sostanzialmente pre-scientifica e pre-empirica. Si racconta che, in occasione di un’eclissi, accusato di empietà da Odisseo (per la sua spiegazione sul movimento degli astri) e invitato a riporre il suo interesse verso le cose terrene senza avere l’ardire di comprendere quelle del cielo, Palamede avrebbe risposto «Proprio perché ricolgo il mio sguardo in basso, osservando e analizzando la terra, posso comprendere il cielo», espressione che, come non manca di sottolineare Baricco, sembra quasi anticipare il metodo scientifico-empirico. La guerra intellettuale poteva avere un solo vincitore e, secondo le fonti, la sconfitta di Palamede avvenne proprio durante la guerra di Troia quando, ad opera di un astuto piano elaborato da Odisseo (una lettera sospetta e del denaro nascosto nella tenda di Palamede) Agamennone si persuaderà del tradimento di Palamene. L’accusa mossa era dunque, per l’epoca, la più infamante, pagata con la condanna a morte per lapidazione. Così venne ucciso il giovane, bellissimo (il più bello tra gli achei) e giusto Palamede, innocente vittima di chi era accecato dal potere e dalla paura di perderlo.
Con la sua morte trionfa simbolica quell’ideologia conservatrice che guidò i greci sino al V sec a.C., rappresentata da Odisseo che divenne, nostro malgrado, un modello dell’Occidente.

Valeria Solarino

Sul perché Omero non ne faccia menzione, aldilà di alcune fantasiose ipotesi che narravano di un presunto “accordo” tra Omero (o chi per lui) e il vecchio  Odisseo, (in cambio del racconto della guerra il poeta sarebbe stato costretto al silenzio su quella triste vicenda, cancellandone la memoria)
in realtà, probabilmente, la soluzione potrebbe essere legata al prestigio che Palamede esercitava sui greci. La sua intelligenza, la stima che lo circondava, insieme all’affetto dei soldati e le sue idee “rivoluzionarie” e sicuramente reazionarie, ne facevano una figura temuta per sua la potenziale forza destabilizzatrice.
Inoltre, la profonda amicizia che, secondo le fonti, sembrava legarlo ad Achille (tanto che s’ipotizza che fosse stata proprio l’uccisione del suo amico fraterno Palamede, in sua assenza, a determinare il ritiro di Achille dalla guerra, come narrano altre fonti e non, come riportato da Omero, quella di Patroclo) creava un mix perfetto e complementare, quindi micidiale e infallibile, tra l’istinto e la furia dell’uno e l’intelligenza e la riflessività dell’altro. Una combinazione temibile di due alleati forse pericolosi, anche per il consenso che li circondava, agli occhi di un establishment politico-culturale, rappresentato da Agamennone e Odisseo.

Ancora una volta la triste vicenda di Palamede sembra aggiungere alla storia un altro capitolo di silenzio forzato ai danni di quelle menti brillanti che noi chiamiamo intellettuali, un’ingiustizia mai vendicata e quanto mai attuale. Baricco con Palamede fa tuonare dalle viscere della terra e della storia questo antico desiderio di giustizia e verità.

Sara Fiore per MIfacciodicultura

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