Curzio Malaparte: spirito eversivo per il rispetto della letteratura italiana

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In quell’Italia del primo Novecento, periodo di movimento e fioritura intellettuale tra i letterati della nostra nazione, troviamo lui, Curzio Malaparte, una delle penne più significative e uno spirito tra i più eversivi.

Curzio Malaparte
Curzio Malaparte

Nato Kurt Erich Suckert, suo vero nome (Prato, 9 giugno 1898 – Roma, 19 luglio 1957), lo ritroviamo dapprima tra le fila degli ammiratori del Duce, e successivamente al fianco delle idee comuniste di Palmiro Togliatti, mai del tutto lasciando andare la sua vena rivoluzionaria. Inquietudine, libertà di pensiero ed espressione caratterizzano la figura storica di un uomo tra i più rilevanti e nominati nei primi anni del secolo scorso.

A soli sedici anni, Curzio Malaparte decide di arruolarsi volontario nella Grande Guerra. Immediatamente dopo questa violenta esperienza, Malaparte tenta di pubblicare Viva Caporetto!, un libro sotto forma di saggio romanzato che, nel quadro bellico appena trascorso, ritrae una Roma intrisa di corruzione, una schiera di generali e ufficiali superiori che si sono rivelati incapaci e non all’altezza di una conduzione orgogliosa dell’esercito nazionale. Lo stesso Prezzolini – grande editore e imprescindibile figura letteraria del tempo –, amico di Curzio Malaparte, gli nega la pubblicazione. L’unica soluzione è pubblicare allora il libro a Prato a proprie spese, ma il titolo, che di certo non passa inosservato, viene etichettato come un insulto alle forze armate, dal momento che rimanda a una dolorosa disfatta italiana. Esce così, infine e dopo tanto ingegnarsi, con il titolo La rivolta dei santi maledetti (1921).

Curzio Malaparte
Curzio Malaparte

Dopo aver partecipato da fascista alla Marcia su Roma, Curzio Malaparte ritorna come nome tra gli esponenti della rivista colossale La Voce, faro di luce dei letterati-editori del primo Novecento. Direttore de La conquista dello Stato e partecipante attivo a Novecento di Massimo Bontempelli, risponde alla logica di modernizzazione, in tutta la sua ancora vicinanza al regime. Ma, come accadde per molti, l’infatuazione mussoliniana svanisce non appena il vero volto politico del Duce si toglie la maschera e viene allo scoperto: Malaparte si allontana da quello spirito abbracciato sino ad allora, e inizia la sua inarrestabile marcia indipendente verso la denuncia della verità tutta italiana.

Un sospetto di cospirazione antifascista, nonché la pubblicazione di Tecnica del colpo di stato (uscito in Francia nel 1931 e solo in Italia più di dieci anni dopo), lo relega nel 1933, per cinque anni, al confino presso Lipari. Male interpretata, la sua opera voleva risultare un ‘manuale’ di difesa dello Stato italiano, per sconfiggere le ormai cristalline e rivelate nefandezze di un Mussolini affiancato dall’ignobile Germania di Hitler. Il testo fu letto, invece, come un appello o esortazione a un sovvertimento dello Stato.

Ma all’esplodere della Seconda Guerra Mondiale il suo nome – insieme a quello di Dino Buzzati – firma i reportage di guerra più letti e seguiti del periodo. Descrive, in veste di corrispondente sul fronte francese, finlandese e russo per la testata del Corriere della sera di Aldo Borelli, senza timore, i tracolli dell’esercito italiano, laddove si cercava, o si tendeva, a non lasciarne trasparire chiara notizia. E lo fa con quello stile tutto suo, con quell’inchiostro che non lascia spazio all’esitazione o all’assillo per la censura. Quel che conta sono la verità e la denuncia, bisogna risvegliare la coscienza e il giudizio del popolo italiano intero.

curzio-malaparte-kaputt (1)In seguito a questa sua esperienza, troviamo i titoli che aumentano la risonanza del suo nome tra gli italiani, ovvero Kaputt (1944) e La Pelle (1949). In Kaputt, Curzio Malaparte inserisce in Prefazione una riflessione sulla libertà, quella che con il dominio fascista era stata negata, e quella che lui stesso pagò con il confino:

La letteratura italiana ha bisogno di rispetto non meno che di libertà […] mi si consenta di ricordare che io appartengo al numero di coloro che hanno pagato con la prigione e con la deportazione nell’isola di Lipari la loro libertà di spirito il loro contributo alla causa della libertà.

Ma la triste fama, persino dopo l’allontanamento dagli iniziali ideali della dittatura, che ormai lo vede come il fascista, non lo abbandona nemmeno a fine anni Cinquanta, quando dalla Cina Malaparte si vede respinta la pubblicazione dei suoi articoli inviati per Vie Nuove alla Macciocchi, bocciati da intellettuali quali Moravia e Calvino, tra gli altri, perché a firma di quel fascista che fu Malaparte.

Nonostante tutto, fino all’ultimo, Curzio Malaparte non tradì il suo spirito ribelle e anticonformista, e rimase fedele alla sua vena irruenta e a quella furia scrittoria di nuda realtà. Un “verismo” scrittorio, quello di Malaparte, una mente e una voce provocatorie, inquiete, senza freni e senza preoccupazione di scandalo, che, seppure tra le discussioni relative alla sua poco chiara persona, non hanno mai spento la loro attiva luce in cerca di vera libertà d’espressione.

Sabrina Pessina per MIfacciodiCultura

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