Tra volto e memoria: “No Name Project” di Guim Tiό Zarraluki

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Studiato, esaltato, nascosto o mascherato, trasformato o ritoccato, disintegrato o ricostruito. Il volto dell’uomo ha una potenzialità infinita, si pensi alla sua capacità di ricordare le memorie dei propri cari o, al contrario, di condannare in eterno la loro esistenza o, ancora, alla sua magica capacità di rivelare l’anima delle persone. Ogni epoca ha visto lo spazio del volto, o meglio del ritratto, come un prezioso strumento di esplorazione personale e collettiva. Una potenzialità oggi avvertita, più che mai, e ben rappresentata dal giovane artista catalano Guim Tiό Zarraluki che ritoccando l’immagine del volto, attraverso manipolazioni e cancellazioni, studia l’uomo e la sua identità, generando, in alcuni casi, dei volti ibridi che oscillano tra l’umano e il mostruoso. La sua ricerca artistica parte da una riflessione sulla condizione umana e sull’immagine, che tratta con ironia e non senza un pizzico di provocazione. Una riflessione sugli stereotipi moderni e la nuova concezione di essere umano che diventa una vera e propria esplorazione dell’inconscio collettivo. Di grande rilevanza è il progetto del 2016 dal titolo No Name Project, risultato di studi sulla memoria, sul ricordo, sulla dimenticanza e la loro connessione con il tempo.

Guim Tiό Zarraluki, No Name IV

In un momento storico in cui la modernità cerca incessantemente di esorcizzare la morte, in memoria alla vita, e di sottrarsene attraverso immagini che ne simulano la vita, ma che restano comunque un indice di morte, l’artista gioca con l’idea di eternità per parlare di memoria, ricordo ed oblio. Tutte le opere di questo progetto sono intitolate No Name, una condizione che annulla ogni possibilità di identificazione. Questi volti, presi in prestito da vecchie fotografie ormai dimenticate, o forse perse, sono accomunati dallo stesso destino: l’oblio. Un’idea che l’artista rafforza coprendo i volti, aggiungendoci sopra smalti e vernici. Questi volti sono stati dimenticati, è ancora possibile intravedere il volto ma non è mai una visione chiara, non si è in grado di riconoscerlo. Un’idea triste ma al contempo affascinante e realistica, soprattutto al giorno d’oggi in cui ogni tecnologia è un cervello sostitutivo in grado di ricordare al nostro posto.

L’età contemporanea, scava, stravolge, buca, tormenta, trasforma e svuota lo sguardo, per allontanarsi dalla sua somiglianza e intensificarne un’uscita dal volto. L’intensità emotiva data della presenza dei residui di un’altra vita, la consapevolezza dell’altro volto al di sotto, di cui non sappiamo nulla viene letteralmente coperta. Il volto non viene cancellato ma nascosto, rafforzando così il fascino del suo enigma. Il ritratto non vede mai nulla, ma espone ed estrae una presenza immutabile ed eterna. Non si tratta più dell’organo visivo, ma della custodia di una presenza. In questo modo tutto il volto assume il ruolo di un occhio, tutto il quadro nella sua interezza guarda.

Anche l’esposizione di queste opere, organizzata a Barcellona, città natale dell’artista, nel dicembre 2016 è stata studiata e ideata in stretta relazione al nucleo fondante della sua ricerca. Now Remember, titolo della mostra, è stato ispirato da un libro di memorie di Nabokov intitolato Habla, memoria, in cui l’autore ricorda quando la madre gli fece vedere e odorare diversi elementi naturali pronunciando le parole «ora, ricorda». Questa stessa frase ha suscitato un profondo interesse nell’artista, scoprendo solo dopo che anche sua madre aveva fatto lo stesso con lui, influenzata dalla lettura dello stesso libro. Un ricordo di cui Guim Tiό, però, non ne conserva memoria.

Guim Tiό Zarraluki, No Name V

Al fine di creare uno spazio in cui le opere esposte potessero interagire e concatenarsi con un luogo abitato da ricordi, è stato scelto come sito espositivo l’edificio che nell’anno 1700 fu la casa dello scrittore Francesc de Paula Capella, La Casa Capella, nel cuore della Rambla. Una mostra nuova, multidisciplinare, con neon, pitture, serigrafie e video, una ricerca sulla memoria nel momento in cui, più che in passato, l’uomo affida il compito di ricordare alle tecnologie, lasciando che la propria memoria muoia. L’artista genera nuovi individui, gioca con delle memorie quotidiane, che possono sembrare semplici e banali, ma li riporta in vita e li rende eterni agli occhi dello spettatore.

Attraverso le trasformazioni del volto è stato possibile s-coprire lo sguardo. Lo stesso sguardo nascosto agli occhi dello spettatore, enfatizzato tanto da far diventare esso stesso centro assoluto della composizione, fino ad allontanarlo da ogni possibile leggibilità per diventare illusione.

Alla fine di tutto c’è la morte, è così, ma si muore due volte nella vita, una è la morte fisica e l’altra è quando l’ultima persona pronuncia il tuo nome. Un giorno ci sarà qualcuno che dirà per l’ultima volta Guim Tiό, dopo di questo c’è l’oblio, ed è fatta, io non sono mai esistito, è così.

Adriana Brancato per MIfacciodiCultura

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