Guerra Civile Spagnola: un conflitto fratricida dalla risonanza internazionale

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Era un pomeriggio caldo di metà estate quando inizio la Guerra Civile Spagnola: dalle coste marocchine un pronunciamento raggiunse la Castiglia, travolgendo l’intera Spagna, destinata a diventare teatro di guerra durante i tre anni a venire. Era il 17 luglio 1936 e un manipolo di generali dell’esercito spagnolo di stanza a Melilla (città autonoma spagnola situata nel nord-Africa) decise che era arrivato il momento di ribellarsi. Si trattò di un colpo di stato rivoluzionario, mirato a deporre la neonata Repubblica madrileña. Un alzamiento nel nome del nazionalismo: il tentativo di riportare in auge un’hispanidad povera, arretrata, corrotta, e allo stesso tempo frenarne i risvolti democratici. Un tentativo che si sarebbe rivelato vincente, quando, tre anni dopo, il caudillo Francisco Franco (lider dei Falangisti di Melilla) inaugurò la sua carriera – a vita – da dittatore.

Per chi suona la campana, Ernest Hemingway

Bombardamenti, sangue, macerie, disperazione e dolore invasero il territorio iberico in una guerra che da civile si fece conflitto internazionale, senza mai dover varcare il confine. All’interno il fronte repubblicano cercava di frenare la ribellione, mentre le profonde contraddizioni sociali e le lacerazioni politiche rimaste latenti e ignorate per i primi anni Trenta esplosero, rendendo sempre più difficile distinguere i “buoni” dai “cattivi”. Sul fronte internazionale il conflitto si inserì in uno scontro tra ideologie, trasformandosi in una sorta di “prova generale” dell’imminente guerra totale. Fascismo e comunismo, democrazia e dittatura, libertà e schiavitù: una serie di antinomie che alimentarono lo scontro, scuotendo le coscienze europee e spingendole ad una partecipazione di parte.

Da un lato i fascismi di Italia, Germania e Portogallo appoggiavano con risorse militari e umane i nazionalisti, cattolici e conservatori, dall’altro i sovietici si schierarono dalla parte repubblicana, confondendo libertà e comunismo. Nel mezzo del conflitto rimaneva però la Spagna e il suo popolo. Un’intera nazione travolta da una guerra fratricida e ideologica allo stesso tempo: un microcosmo di divisioni e lacerazioni interne che rifletteva il macrocosmo della Storia con la “s” maiuscola.

Un fenomeno peculiare che caratterizzò l’esperienza spagnola fu l’eco che le istanze repubblicane ebbe tra le file degli intellettuali dell’epoca. Una mobilitazione di massa che vide l’opportunità di difendere gli ideali di democrazia per cui era diventato impossibile combattere in patria. File di volontari partirono per la Spagna in nome della libertà, vedendovi forse l’ultima opportunità per frenare la fascistizzazione d’Europa. Tra questi: artisti, militanti antifascisti, scrittori, giornalisti, fotografi, ciascuno testimone ed interprete.

Alcuni, dopo essersi scontrati con la realtà della guerra, misero da parte i grandi ideali per dedicarsi alla condizione contingente della parte civile, al suo dramma e al modo in cui il conflitto veniva vissuto e interpretato fuori dalle élite. Due esempi che sintetizzano una lettura della Guerra Civile Spagnola fuori dalle ideologie e dagli schemi politici: Guernica di Pablo Picasso e Per chi suona la campana di Ernest Hemingway.

Guernica, Pablo Picasso

L’opera di Hemingway mette in discussione i confini tra bene e male, tra giusto e sbagliato, e lo fa portando in scena una visione della guerra “dal basso”, lasciando la parola a guerrilleros e gitanos. Lo scrittore mette in scena un mondo crudo, ingiusto, chiedendosi se davvero un fascista e un repubblicano fossero poi tanto diversi sul campo di battaglia o se invece erano tutti «poveri diavoli» divisi soltanto dagli ordini che ricevevano dall’alto.

Guernica è passato meritatamente alla storia come il più grande e significativo manifesto delle atrocità della guerra. La tela riporta il dramma di una città bombardata, di un popolo annientato, vittima degli alti comandi e della loro poca accortezza nel calcolare eventuali danni collaterali. Disperazione, violenza, dolore escono dalla tela per colpirci e ci immergono in quegli orrori.

Un libro e una tela a testimonianza di quel mondo lasciato fuori dai testi di storia. Un mondo complicato e troppo contraddittorio per essere facilmente interpretato da canoniche schematizzazioni ideologiche.

La storia di un popolo testimone del volto tragico delle utopie, prima vittima di guerra, più tardi dell’oblio.

Deborah Gressani per MIfacciodiCultura

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