Calo del quoziente intellettivo: quale futuro per l’umanità?

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La probabile causa è nell’abuso di abitudini non salutari, il sicuro effetto è che il quoziente intellettivo del pianeta si sta abbassando. Questo dato è emerso da uno studio norvegese pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences in seguito ad anni di rilevazioni effettuate dagli scienziati del Ragnar Frisch Centre for Economic Research. Dopo numerosi anni di crescita si sta verificando infatti una preoccupante inversione di tendenza: dall’inizio del secolo scorsoil quoziente intellettivo aumentava di 3 punti per ogni decennio (fenomeno chiamato effetto Flynn) grazie ad un miglioramento complessivo delle condizioni di vita sia a livello di longevità, a livello di salute che ad una più completa istruzione, che ha raggiunto il suo apice a metà degli anni ’70.

Il test norvegese, effettuato da Bernt Bratsberg e Ole Rosenberg, ha preso in esame 730 mila giovani uomini tra i 18 e i 20 anni selezionati per il servizio militare obbligatorio dal 1970 al 2009. Durante le visite le reclute norvegesi, nate tra il 1962 ed il 1991, sono state anche sottoposte ad un esame che ha evidenziato, per i nati dal 1975 in poi, un calo di 7 punti di Q.i per ogni generazione. Questo dato ha originato una serie di considerazioni e soprattutto interrogativi sul fatto che questo calo costituisca effettivamente un problema serio o che sia causato solo da un’inadeguatezza del sistema di misurazione del quoziente intellettivo, che si basa sulla valutazione dell’intelligenza cristallizzata anziché su quella fluida basata sulla creatività e sulle interconnessioni che viene più utilizzata nei tempi moderni.

Poiché il calo si è evidenziato anche nei test sui fratelli minori delle stesse famiglie, è chiaro che non dipende genericamente dall’accumulo di geni svantaggiati bensì dal cambiamento dello stile di vita ed abitudini delle nuove generazioni. Come cause si parla di inquinamento ambientale, pessima qualità di cibo, minor numero di ore di sonno, abuso di videogiochi, crollo delle letture e scarso approfondimento dei temi.

È come se le nuove generazioni, dovendo essere aggiornati su tutto, si accontentino di una infarinatura figlia di Google e Wikipedia perché in fondo la vera conoscenza non interessa più a nessuno… ai tuoi dubbi risponderà il tuo device. Pretendiamo che sapere debba essere semplice (ma sappiamo che non è così), per cui la complessità viene guardata con sospetto, generando insofferenza e fastidio verso l’autorevolezza che è stata guadagnata con anni di studio ed approfondimento, e non per caso o perché si grida più forte degli altri. Complice la scuola assente e antiquata, lo studio viene considerato una pausa noiosa tra un videogioco è un post su Facebook e non come strumento per migliorarsi.

In alcuni casi di utilizzo estremo di strumenti elettronici, si arriva a parlare di demenza digitale che comporta deficit di attenzione, diminuzione della concentrazione e della memoria: il cervello così sovreccitato da questi stimoli elimina tracce neuronali dalla corteccia frontale, che è poi la sede dell’apprendimento

Doversi rendere conto che in fondo siamo meno intelligenti dei nostri genitori non è un piacevole, sapendo poi che questo imbarbarimento è causato da noi stessi proprio a causa dell’utilizzo smodato di comodità in ogni settore che non ci permettono di metterci alla prova utilizzando tutte le potenzialità di cui siamo dotati. Occorre quindi un’inversione di tendenza che ci porti ad uno stile di vita più naturale in ogni settore cominciando dall’alimentazione ed arrivando fino all’allontanamento (almeno alcune ore al giorno) dai nostri smartphone, cercando di vivere seguendo il ritmo sonno e veglia che ci dà la natura. E riprendendo la lettura di quei libri abbandonati dopo il primo capitolo perché le numerosissime “innaturali” sollecitazioni del mondo esterno ci avevano spinto a dimenticarli.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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