Piero Manzoni e l’arte libera oltre la libertà e il buongusto

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Piero Manzoni (Soncino, 13 luglio 1933 – Milano, 6 febbraio 1963) è stato uno dei più importanti artisti e teorici italiani dell’Avanguardia degli anni Sessanta. Nella sua giovane e breve vita ha sperimentato e portato avanti il concetto di un’arte inedita, provocatoria e a volte irriverente.

Merda d’Artista

La portata rivoluzionaria della sua arte si configura già dalla sue prime esperienze e dal suo esordio, nel 1956, in occasione del premio San Fedele. Gli inizi “antropocentrici” di Piero Manzoni, con i suoi omini come extraterrestri sulle tele, faticano a trovare consensi, sono lontani dal gusto del tempo e forse fin troppo avanti per essere capiti. L’arte di Manzoni richiede attenzione, ma è un’attenzione che il canale ufficiale dell’arte, con le sue regole e le sue tendenze non può offrirgli, così decide di aprire una galleria autofinanziata, Azimuth. Azimuth nasce come luogo di sperimentazione, come riflessione aperta sull’arte, dove non ci sono limiti né imposizioni.L’arte concettuale diventa l’occasione per abbandonare ogni retaggio del passato ed indirizzare il proprio lavoro oltre la rappresentazione di un mondo in continua evoluzione. Nelle forme e nei colori non vi è più nulla che possa essere detto, le sue opere sono anomale o forse le anomalie di un genio mai pienamente compreso. Come sosteneva l’artista Nanda Vigo, «nessuno credeva in quello che stava facendo», perché nessuno lo capiva. Le sue opere erano oggetti comuni verniciati di bianco, fiato, feci, sangue in qualità, le famose “secrezioni di artista” conservate in scatoletta o sotto vetro.

La sua arte diventa cibo, uova bollite marchiate con il suo dito e offerte come spuntino agli astanti, un rituale di creatività che sulla scia delle cene futuriste, porta con se concetti ben più ampi dal delirio di onnipotenza all’autofagocitazione della sua stessa creatività. Le uova sode diventano concentrati del suo estro creativo offerto in dono al suo pubblico. Piero Manzoni crea eventi corali, dove il pubblico è parte integrante della sua opera, anticipa la body art con le sue sculture viventi. La sua firma sui corpi degli individui fa di loro opere d’arte, regolarmente certificate da una bolla di accompagnamento che fa eco all’arte tradizionalmente inventariata. La sua ricerca artistica muove in direzioni divergenti, si nutre di cambiamento e spazia in una produzione incessante e inaspettata, mai uguale a se stessa, quasi confusa. L’ostentazione della libertà di creare è forse il filo conduttore della sua produzione, la volontà di un’arte irripetibile, che non può essere incanalata in schemi pre-costituiti, né placata e forse nemmeno mai pienamente compresa. Dalla Base del Mondo alla inflazionata Merda d’artista, quella di Piero Manzoni è un’arte inedita, libera oltre la libertà e il buonsenso. Esiste un limite alla creatività? Può considerarsi arte tutto quanto è, nel senso più stretto del termine, un prodotto dell’artista?  La prematura scomparsa, il 6 febbraio del 1963, del giovane artista pone fine ad una sperimentazione che porta in sé gli snodi essenziale di un arte contemporanea pronta ad esplodere nella sua più dissacratoria essenza. Se il cuore di Piero Manzoni si è fermato, l’indignazione e le continue perplessità verso la sua arte continuano incessanti, tra gli obbiettori e chi riesce a cogliere in lui il germe di una rivoluzione che diventerà il sostentamento stesso dell’arte.

Fiato d’artista

Piero Manzoni ridefinisce i confini stessi dell’opera d’arte, si appropria di una libertà della creazione che non conosce vincolo alcuno se non la propria volontà. Incompreso dai luoghi deputati alla fruizione e dai cultori di un’arte ufficiale, crea con Azimuth la sua occasione per fare ciò che sente, e farlo senza limiti ne riguardi. La sua esperienza di artista, la sua lotta per un’affermazione mai raggiunta e quindi il suo provocatorio modo di intendere l’arte, acquistano un senso in quella che poi sarà negli anni Settanta e Ottanta l’arte, tra body art e performance. Nella sua galleria la pittura si univa alla scultura, la provocazione alla riflessione, l’immaterialità della performance alla persistenza dell’idea. La sua libertà non aveva bisogno della legittimazione dell’arte tradizionale, la sua straordinaria irriverenze acquisirà un ruolo predominante per tutti quegli artisti che faranno della sua ricerca una guida di inestimabile valore per esprimere al meglio qualcosa di non ancora detto. Artisti come Marina Abramović, Wim Delvoye, SpencerTunick e Jonathan Monk, sapranno cogliere in lui l’estrema forza di questa libertà e della sua arte profana.

Martina Conte per MIfaccidiCultura

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