Antichi libri avvelenati: “Il nome della rosa” diventa realtà

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Risale alla scorsa settimana la notizia di una particolarissima scoperta: Jakob Povl Holck e Kaare Lund Rasmussen, bibliotecario della University of Southern Denmark il primo, e professore di fisica, chimica e farmacologia dello stesso ateneo il secondo, pare abbiano scoperto la presenza di una serie di antichi libri avvelenati risalenti al XVI – XVII secolo nella biblioteca della stessa università per la quale lavorano.

Tale scoperta, pare sia avvenuta quasi casualmente. I due ricercatori stavano, infatti, conducendo delle indagini sulla composizione delle copertine di alcuni volumi presenti all’interno della biblioteca, le quali sarebbero state ottenute riciclando delle vecchie pergamene di epoca medievale. Ai due studiosi è dunque nata la voglia di recuperare quei antichi testi, i quali, ahimè, sono stati subito dichiarati illeggibili a causa dell’applicazione di uno spesso strato di vernice verde.

Perseverando nel loro intento, Jakob e Kaare hanno deciso di sottoporre i campioni da loro scelti ad uno specifico esame chiamato micro-spettrofotometria Xrf, una tecnologia che, attraverso l’utilizzo dei raggi X, permette di identificare i materiali di cui è composto un campione. L’analisi dello spettro e degli elementi presenti negli inchiostri permette infine di ricostruire in maniera esatta testi e disegni antichi senza per questo compromettere l’integrità del campione preso in esame. Si tratta di una tecnica molto usata in ambito archeologico e da parte degli storici dell’arte.

Questa volta, però, l’analisi dei campioni ha portato alla luce una verità sconvolgente: la vernice verde utilizzata per ricoprire le pergamene conteneva, in realtà, livelli altissimi di arsenico. La vernice in questione presente su questi libri avvelenati, pare sia identificabile con un pigmento molto utilizzato nel XIX secolo chiamato Verde di Parigi, il quale risultava presente in qualsiasi ambito: dalle tele dipinte dagli impressionisti parigini, alle copertine dei libri, per arrivare addirittura alla colorazione di abiti e tessuti di ogni tipo.

L’utilizzo del Verde di Parigi è stato bruscamente interrotto quando ci si è resi conto che la presenza dell’arsenico in tale pigmento poteva avere gravissime ripercussioni sulla salute delle persone: già dalla fine del 1800, infatti, non veniva più utilizzato. In questo caso specifico, pare che tale sostanza sia stata utilizzata per ricoprire i libri in modo da garantirne la conservazione negli anni e soprattutto per tenere lontani roditori ed insetti.

Una storia, questa, che ci fa indubbiamente pensare al manuale avvelenato protagonista de Il nome della rosa di Umberto Eco. Nel romanzo, l’ultima copia del secondo libro della Poetica di Aristotele, gelosamente custodito nella labirintica biblioteca del monastero, aveva, infatti, le pagine avvelenate per poter uccidere chiunque lo sfogliasse. Finora abbiamo sempre creduto che la possibilità di venire in contatto con veri e propri libri avvelenati fosse reale solo all’interno di un romanzo, ma con la loro scoperta i due studiosi danesi ci hanno dimostrato che a volte la realtà può superare anche la finzione letteraria.

Lucia Giannini per MIfacciodiCultura

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