“Gong”: la Cosmogonia di Eliseo Mattiacci in mostra a Firenze

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Il 2 giugno è stata inaugurata al Forte Belvedere di Firenze Gong, la mostra dedicata ad Eliseo Mattiacci (che si concluderà il 14 ottobre) che propone sia opere ambientali dell’artista marchigiano che alcune installazioni posizionate negli spazi interni dell’edificio.

Mattiacci ha fatto parte del gruppo di artisti che si ritrovava alla Galleria della Tartaruga a Roma, dove negli anni Sessanta venivano esposte le opere Pop degli italiani. Diversamente dal Pop americano, dove il sistema veniva reso statistica e riportato, in Italia esso non era visto di buon occhio ed era fonte di codici da storpiare, abbattere e fronteggiare; se dunque Warhol andava a braccetto col sistema capitalistico, deridendolo a mo’ di cicisbeo, Mattiacci, Schifano e gli altri lo assaltavano con le clave.

Le opere a Forte Belvedere, però, appartengono ad un altro modus operandi: come ha fatto notare Achille Bonito Oliva, famoso critico d’arte, se nelle avanguardie storiche (ad esempio Dadaismo e Futurismo) il pubblico veniva schernito e deriso, già dagli anni ’40 il pubblico iniziava ad essere inserito nelle opere d’arte. Si pensi alla performance di John Cage 4′ 33″, per giungere alla sua glorificazione proprio negli anni Settanta.

Le opere della mostra Gong, esposte sulla Terrazza, hanno dunque la funzione di happening, oasi in cui artista e spettatore si ritrovano per partecipare ad un evento, in questo caso la concretizzazione dell’universo secondo Mattiacci, che proprio in occasione di Gong ha scritto:

Mi sento attratto dal cielo con le sue stelle e pianeti e, al di là, dalle nostre galassie, è una immaginazione che va oltre, come a voler sfidare la fantasia stessa, come in un sogno. Mi piacerebbe lanciare una mia scultura in orbita nello spazio. Sarebbe davvero un bel sogno sapere che lassù gira una mia forma spaziale.

Le sculture sono un dispositivo catalizzante in un mondo alieno: coralli rossi s’incastonano nel verde del prato e delle colline circondanti firenze; una lastra di piombo ironizza gli specchi perciò, invece di creare una copia virtuale, ostenta un’appendice fisica uguale all’altra, come in un sogno magrittiano. Un triangolo alchemico ci proietta nelle maglie dell’universo.

All’interno del Forte è esposto, tra le varie, il tubo giallo Agip, cioè un tubo snodabile in ferro nichelato che invade tutta la stanza come a dire che la natura è stata sostituita dalla plastica e dalle ingegnerizzazioni dell’uomo. Assai interessante è invece l’installazione intitolata Recupero di un mito: due stanze sono riempite di sabbia e lungo le pareti vi sono molti ritratti di nativi americani, che con la sabbia fanno disegni o creano misture cromatiche. Nella seconda stanza oltre ai ritratti e alla sabbia, vi è una sorta di cannocchiale che punta in basso, verso il pavimento; guardandovi dentro si noteranno delle spezie e dei colori, che però non sono realmente lì, bensì sono una proiezione digitale. Ciò potrebbe significare la virtualizzazione che l’indigeno ha subito, ovvero come esso è stato stereotipato e recepito dal mondo occidentale.

Eliseo Mattiacci sembra dunque aver trovato nel Forte un habitat consono alle sue opere, lassù i suoi dispositivi posso fungere meglio da dispositivi comunicatori, verso l’universo.

Gong. Eliseo Mattiacci
Forte Belvedere, Firenze
Dal 2 giugno al 14 ottobre 2018

Alex D’Alise per MIfacciodiCultura

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