Giorgio Ambrosoli: solitudine e libertà

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17 ottobre 1933: nasce a Milano Giorgio Ambrosoli, avvocato, ma soprattutto uomo dello Stato, del Paese, con la P maiuscola, come diceva lui. Una vita segnata dall’impegno per l’Italia, guidato da principi nobili, dal non risparmiarsi mai, dal voler lasciare un esempio concreto per combattere la corruzione, gli imbrogli, la mafia, i mezzucci che purtroppo ancora oggi caratterizzano il nostro Paese. Un impegno che, l’11 luglio 1979, a soli 46 anni, lo porterà alla morte.

Giorgio Ambrosoli: solitudine e libertà

Dopo la laurea in Giurisprudenza si specializzò nel settore fallimentare, in particolare modo nell’ambito delle liquidazioni delle società e degli enti di credito, e nel 1974 fu nominato dal governatore della Banca d’Italia Commissario Liquidatore della Banca Privata ItalianaUn ente ambiguo, guidato dal banchiere siciliano Michele Sindona, destava da tempo parecchi sospetti: un ingarbugliato e accurato intreccio di relazioni tra politica, massoneria e mafia, nell’ampia libertà di manovra concessa nel sistema italiano da conoscenze e favori.

Un ente pericoloso: durante le analisi, da cui emersero gravi irregolarità e falsità, nonché legami con personaggi pubblici e politici, Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di minacce e pressioni, per far sì che approvasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona, e, di conseguenza, il salvataggio dei suoi istituti di credito.

Anche davanti a questi tentativi di corruzione espliciti andò avanti, e confermò la liquidazione della banca di Sindona, e la sua relativa responsabilità penale. Ambrosoli non si piegò, consapevole del rischio che stava correndo.

Io la volevo salvare ma da questo momento non la salvo più, perché lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto, perché lei è un cornuto e un bastardo.

Queste le parole del “picciotto”, che verrà identificato solo nel 1997 in Giacomo Vitale, esponente della mafia siciliana. Ma Ambrosoli non ascoltò, e il 12 luglio 1979 avrebbe dovuto sottoscrivere la dichiarazione formale riguardante la definitiva liquidazione dell’istituto di credito di Sindona. Non lo fece.

Giorgio Ambrosoli: solitudine e libertà
Sindona

La sera dell’11 luglio, a Milano, dopo una serata tra amici, fu freddato dal sicario William Joseph Aricò, appartenente alla malavita statunitense. Il killer era stato pagato da Michele Sindona, troppo interessato, dopo anni di intrighi, a salvarsi.

Specializzandosi nella pianificazione fiscale, in particolare nell’esportazione di capitali e nel funzionamento dei paradisi fiscali, in pochi anni accumulò una discreta fortuna, e nel 1961 comprò la sua prima banca, la Banca Privata Finanziaria, un crogiolo di legami con la mafia, il Vaticano, la politica. Tra i moltissimi capi d’accusa, nel 1986 fu condannato anche per l’omicidio di Ambrosoli.

Un criminale potente, con alleati imbattibili, davanti a cui Ambrosoli, da solo, non si fermò: un’etica troppo forte, dei valori più potenti delle minacce dei suoi nemici, lo portarono a combattere, nella consapevolezza nella morte.

Anna, carissima, è indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese… Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.

Un uomo solo davanti a nemici troppo grandi, abbandonato anche dalle istituzioni, che dovrebbero proteggere e dare l’esempio: il male di Ambrosoli non è stato solo Sindona, ma lo Stato stesso. Così lo ricorda il giudice Gherardo Colombo:

Ambrosoli è il paradigma della persona libera, che reagisce e si comporta secondo i suoi parametri nobili, non vendendosi e non sottoponendosi alle intimidazioni che lo volevano rendere schiavo.

Solitudine e libertà, le due forze motrici di Giorgio Ambrosoli: un uomo dello Stato, che ci ricorda quanto possiamo e dobbiamo essere liberi, e soprattutto responsabili, anche di fronte a ciò che ci sembra impossibile da cambiare, alla corruzione, alla mancanza di principio, agli intrighi e a tutto quello che ogni giorno sembra ridere di noi e dei nostri valori.

Jessica Freddi per MIfacciodiCultura

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