Di paura il cor compunto – Simona Vinci: la parola che vince la paura

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Il libro autobiografico Parla, mia paura di Simona Vinci (Einaudi, 2017) racconta, in prima persona, una vera e propria discesa negli abissi del sé, laddove nascono e germogliano i nostri timori e le nostre angosce, apparentemente invisibili, che possono trasformarsi in disturbi d’ansia, panico e depressione. Si tratta della storia in dieci capitoli della forzata convivenza della protagonista con questa emozione, nonché patologia; ogni capitolo è un momento, uno “stadio” diverso del suo rapporto con la paura. Il tema è particolarmente attuale, se riflettiamo sul fatto che, negli ultimi mesi, sono rimbalzate sempre più numerose le notizie che danno il consumo di psicofarmaci in crescita in Italia. L’opera di Simona Vinci potrebbe essere ben definita come un saggio di “anatomia” della paura, nel quale la parola scritta è il bisturi che consente di analizzarla ed estirparla. In questo libro, la paura (in forma patologica, cioè la depressione) viene infatti analizzata nelle forme psichiche e fisiche che può assumere, come se fosse un vero e proprio corpo, od organo, estraneo che cresce lentamente e inesorabilmente, rischiando di portare alla morte chi lo ospita. L’immagine più efficace che ne dà l’autrice è forse quella della Ragna:

E poi c’è lei, il sogno ricorrente: la Ragna, mio talismano personale. L’incarnazione della mia paura. […] Contemplavo la mia mano ornata da questo mostruoso gioiello vivo. Non era così remota la possibilità che la mia mano sparisse per sempre all’interno di quella bocca vorace. Un gigantesco ragno d’onice ne avrebbe preso il posto. (pp. 46-47)

Simona Vinci

La paura, rappresentata da un essere aracniforme e vorace, arriva qui ad innestarsi sul corpo della vittima, sostituendone la mano. Il paradosso è che, nella sua mostruosità, il ragno esercita il fascino magnetico di un gioiello: è un fascino ipnotizzante, capace di immobilizzare e paralizzare la vittima, che risulta incapace di opporre qualsiasi tipo di resistenza all’oscuro fenomeno in atto. Ma, per vivere, la paura è proprio necessaria? Sembrerebbe di sì; ma non quando diventa eccessiva, non quando supera il coraggio.

Come definirla, la paura? È un’emozione. È innata nell’uomo e negli animali ed è anche un meccanismo utilissimo di difesa. Se non avessimo paura di niente e di nessuno non saremmo capaci di proteggerci dalle insidie, dai pericoli e da gesti avventati. È anche vero però che la paura può cristallizzarsi dentro, al punto da paralizzare, rendere immobili e granitici, incapaci di decidere, scegliere, rischiare, osare. L’equilibrio tra paura e coraggio è uno dei lavori di accordatura costante che ciascuno di noi esercita ogni singolo giorno. (p. 49).

Come sconfiggere la paura? Con la parola detta, perché il dolore muto fa più male che il dolore espresso; con la parola letta, poiché attraverso la letteratura impariamo a conoscerci meglio grazie alle esperienze altrui, in cui ci immedesimiamo; infine, con la parola scritta, dunque l’esperienza elaborata e condivisa: questo libro ne è la testimonianza. Scrivere delle proprie emozioni è capire meglio se stessi; scrivere la paura aiuta a identificarla, a darle un volto, a riconoscerla e ad allontanarla. E, forse, tutta la letteratura non è altro che un modo di vincere la paura di non capire il mondo e di non conoscere se stessi.

Eppure, ogni piccola vita, con i suoi eventi minimi, ha qualcosa da dire alle altre vite; ogni vicenda umana è, in qualche modo, di chiunque voglia condividerla. La paura può diventare utile se la guardiamo negli occhi e attraverso di essa comprendiamo i nostri desideri. (p. 103)

Il viaggio della nostra rubrica era iniziato nel Medioevo con la fisiologia della paura nella Divina Commedia di Dante, e oggi si conclude nella contemporaneità, con Parla, mia paura di Simona Vinci, in modo – credo – coerente: la depressione, d’altronde, è uno spazio d’inferno nella nostra mente; inoltre, entrambe le opere si interrogano sul rapporto tra letteratura ed esperienza personaleDante incontrò Virgilio, e anche grazie alla parola poetica riuscì a trovare la giusta strada per superare le paure che lo immobilizzavano; l’autrice di questo romanzo, attraverso la prosa, dà voce alle proprie esperienze e dà testimonianza degli incontri letterari che l’hanno aiutata a descrivere il proprio inferno, e a uscirne. Raccontarsi può essere molto difficile e doloroso; l’importante è sapere che grazie alla parola – detta, letta, scritta – la paura può essere vinta, e diventare inchiostro che la nostra penna consuma e libera.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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