Come 15 minuti di notorietà divennero un’eternità: la prima mostra di Andy Warhol a Los Angeles

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Irving Blum

Nel 1961 il direttore della Ferus Gallery di Los Angeles, Irving Blum, si recò presso lo studio di un allora semi-sconosciuto Andy Warhol (1928 – 1987) su Lexington Avenue. Fu lui tra i primi privilegiati ad assistere alla nascita del Genio: la serie delle 32 lattine dell’industria Campbell diventate icona della Pop Art. Quando Blum gli chiese «perché proprio 32?», Warhol rispose «perché ne esistono 32 varietà». L’idea per la creazione della famigerata serie venne suggerita a Warhol dalla gallerista Muriel Latow che invitò l’artista a scoprire la quotidianità, al fine di creare una connessione istantanea col proprio pubblico. E la quotidianità, votata all’idolo del consumismo, della mercificazione e costantemente bombardata da messaggi pubblicitari che assicuravano la realizzazione dell’American Dream, fu il bersaglio della denuncia della Pop Art. Attraverso la sperimentazione di nuove tecniche e linguaggi mutuati dell’esperienza delle Avanguardie di inizio ‘900, la Pop Art riuscì a sfondare il muro dell’apparenza usando la sua stessa arma, ossia l‘immagine che si fa icona.

Andy Warhol e le lattine della Campbell

Warhol terminò la sua opera servendosi della stampa serigrafica. Questa tecnica permetteva di riprodurre un’immagine più e più volte, ottenendo risultati discreti. Una volta terminata la serie, questa venne esposta per la prima volta il 9 luglio 1962, alla Ferus Gallery, col titolo Soup Cans. L’impressione generale fu quella di ritrovarsi catapultati tra le corsie di un supermercato dell’arte. Lo stesso Blum, infatti, appoggiò le serigrafie su delle mensole affinché risultassero ben allineate. Non c’è bisogno di dire che la mostra contribuì a generare il mito di uno dei padri della Pop Art che, tra l’altro, non poté nemmeno arrivare a Los Angeles per l’occasione. Durante l’esposizione, Irving riuscì addirittura a venderne alcuni pezzi, ma prima della sua fine, decise che sarebbe stato meglio se tutte le serigrafie fossero rimase unite e si prodigò nel tentativo di rimetterle “insieme”. Solo nel 1996 i quadri furono donati al MoMA (Museum of Modern Art) in parte come donazione dello stesso Irving Blum, che li aveva acquistati da Warhol per soli 1000$, in parte come acquisto.

Electric Chair

La produzione di Andy Warhol è pressoché illimitata e vanta la presenza di opere diventate quasi più celebri dei personaggi ritratti: da Marilyn Monroe a Mao Tse-Tung. Dalla metà degli anni ’60, però, anche Andy Warhol si interessa più esplicitamente di tematiche sociali, basti guardare Race Riots o Electric Chair, che ci mostrano tutta la brutalità di una società ipocrita, piena di rabbia e povera di spirito. Una violenza inaudita che lo stesso Warhol ebbe malauguratamente modo di provare sulla propria pelle quando l’attivista radicale Valerie Solanas attentò alla sua vita con alcuni colpi di rivoltella, nel 1968. Da allora le apparizioni pubbliche di Warhol si fecero sempre più rare.

Ciò che accomuna le opere di Andy Warhol è indubbiamente la ripetizione. Tramite l’iterazione di una stessa immagine, Warhol fu in grado di svuotare l’opera del suo significato originario, restituendoci, invece, il simulacro dello spaesamento dell’uomo di fronte ad una società che impone esigenze sempre più pressanti e aspettative sempre più irrealizzabili, dimentica della crescita interiore.

Valeria Bove per MIfacciodiCultura

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