Tommaso Moro: un “Jekyll and Hyde” del Rinascimento

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Ogni epoca ha dovuto confrontarsi coi propri Jekyll and Hyde, quei personaggi dalla doppia faccia che appaiono in un modo ma che in realtà sono diametralmente opposti. Immancabilmente, un’epoca contraddittoria e instabile come il Rinascimento ha prodotto uno dei più celebri doppia faccia nella storia della cultura e della conoscenza, Thomas More (italianizzato in Tommaso Moro, Londra, 7 febbraio 1478 – Londra, 6 luglio 1535). Tommaso Moro è l’autore di uno dei manifesti della cultura rinascimentale, Utopia (1516) ma, al tempo stesso, è anche uno spietato cacciatore di “eretici.” Non ha mai avuto ripensamenti circa l’uccisione di persone che avevano un difetto: il loro cristianesimo era tutt’altro che allineato col magistero papale e della chiesa romana. Tommaso Moro fu canonizzato da Pio XI come martire nel 1935; tutt’oggi è il patrono dei politici.

Nato a Londra, Moro svolge studi giuridici divenendo in seguito avvocato e poi ricoprendo importanti incarichi a corte: Enrico VIII lo nomina cancelliere, il corrispettivo britannico del ministro della giustizia. Tuttavia, parallelamente a una brillante carriera politica in seno alla corte inglese, Moro è anche un fine letterato e autore di una delle opere chiave della storia delle dottrine politiche e capostipite di un intero genere: l’utopia.

Nel 1516 Moro scrive la sua opera più nota, Utopia. Si tratta di un agile pamphlet filosofico e, in un certo senso fantastico, che si ispira ideologicamente alla Repubblica di Platone. Cosa significa Utopia? Il significato di questo termine è ambiguo, in quanto sono possibili due differenti interpretazioni etimologiche con diverse implicazioni ideologiche: utopia potrebbe derivare dal greco ou (nessuno) e topos (luogo). Dunque Moro ci confronta con un luogo inesistente e ci proietta alla ricerca (vana) di qualcosa che non esiste. Eccoci di fronte a quello che potremmo definire un divertissement rinascimentale fortemente intellettuale. Dall’altra, tuttavia, utopia potrebbe essere il luogo (topos) dolce (eu). 

L’opera di Moro è narrata da Raphael Hythlodeus il quale raggiunge l’isola di Utopia. Ciò che colpisce nella descrizione dell’isola è la sua lontananza dalla terra ferma, come voler indicare il carattere remoto e primigenio del luogo (ecco perché “luogo dolce” potrebbe essere un’ipotesi etimologica azzeccata).

Tommaso Moro

Tuttavia, allo stesso tempo, il luogo si conferma per i costumi dei suoi abitanti inesistente dal punto di vista istituzionale e politico. Sulla falsariga della Repubblica platonica non esiste la proprietà privata, le donne e i figli sono in comune e, sulla falsariga del progetto rinascimentale voluto dagli intellettuali europei, vige una profonda tolleranza religiosa ed è tollerato anche l’ateismo. Se la complicata ricostruzione filologica del titolo lascia perplessi i lettori, altrettanto complessa è la questione riguardo al nome del narratore. Hythlodeus non è un cognome lasciato al caso, ma significa “dotto in sciocchezze”. Cos’è Utopia? Un luogo dolce? Un luogo inesistente e dunque dolce? Esiste veramente l’isola di Utopia o è il parto della fantasia del narratore? Moro può essere dunque considerato il padre della letteratura fantascientifica (assieme allo scienziato, giurista e filosofo Francis Bacon e alla sua celebre utopia, The New Atlantis). Se Tommaso Moro ha dato inizio all’utopia, sono possibili due critiche: da una parte quella di Marx, che vede nell’utopia il contrario del comunismo. Come scrive Marx stesso, è compito dei filosofi trasformare il mondo concretamente nell’immediato; egli non parla mai o menziona soltanto il futuro dopo l’instaurazione del comunismo. Karl Popper è ancora più duro: chi progetta utopie prepara l’inferno in terra, e ci aveva visto benissimo.

Tommaso MoroDa paladino della tolleranza e del rispetto dell’altro, Tommaso Moro diventa l’esponente più forte dell’intolleranza. Animato da una profonda fede verso il dogma cattolico, non esita a uccidere coloro che per lui hanno la sfortuna di credere in una forma diversa di cristianesimo, un cristianesimo appena riformato da Martin Lutero. Il devoto Moro obietta al divorzio di Enrico VIII da Caterina d’Aragona e, ormai capo della Chiesa anglicana, chiede la decapitazione del suo cancelliere. Recentemente, in due serie televisive, Moro è stato rappresentato in due modi: se nei Tudor preferisce morire come “servo del re, ma prima di Dio” (una rappresentazione più simpatetica del personaggio), in Wolf Hall (basato sull’omonimo romanzo di Hilary Mantel), Moro appare per quello che è, uno spietato cacciatore di eretici. Non c’è male per colui che aveva basato un intero libro nel difendere la tolleranza religiosa.

Conclusioni? Forse Tommaso Moro era veramente animato da uno spirito di tolleranza, era sinceramente amico di Erasmo da Rotterdam ma il suo atteggiamento fa pensare al celebre precetto di Machiavelli:  meglio apparire, che essere. Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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