«Somewhere, in the northern Italy»: “Call me by your name” al Teatro Parenti

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«Dopo!» è una parola che per chiunque rimanda semplicemente a un’azione posticipatoria, eppure per gli spettatori di Call me by your name ha un significato ben preciso, una caricatura emozionale pregna di importanza. È la parola che descrive Oliver, il ventiquattrenne ebreo americano che un giorno d’estate, «somewhere in the Northern Italy», arriva scarrozzando in macchina nella quiete simil nottambula di una villa nei pressi di Crema («Tanto ormai si sarà capito, era Moscazzano», rivelerà poi il regista Luca Gudagnino). Con la sua camicia Svolazzina e i suoi modi esclusivamente americani, l’apprendista in visita di piacere presso il suo mentore conosce Elio, un giovane diciassettenne che con le sue magliette a righe si appresta a destreggiarsi tra le prime fronde adolescenziali senza nemmeno saperlo.

Somewhere, in the northern Italy: incipit di Call me by your name

Loro sono i protagonisti creati dalla penna di Andrè Aciman, scrittore ebraico-sefardita autore di diversi scritti tra cui Notti bianche, Città d’ombra e Variazioni su un tema originale. A dargli un volto concreto ci ha pensato Luca Guadagnino, che in questo periodo sta girando il remake di Suspiria, capolavoro di Dario Argento. «La storia di un paradiso scoperto e già perduto, una meditazione proustiana sul tempo e sul desiderio, una lunga lettera d’amore»: questa è la presentazione del Teatro Franco Parenti di Milano per omaggiare il film Chiamami col tuo nome. Il 21 giugno scorso, la sala era gremita di spettatori, sold out in meno di quarantotto ore come in  una sorta di magia per sentire i pensieri di Andrè Aciman:

All’inizio non avevo idea di chi fossero Armie Hammer e nemmeno Timothèe Chalamet, potevano davvero essere chiunque. Ma dopo aver visto il film non riuscivo più a ricordare come li avessi ideati e che caratteristiche avessero i miei stessi personaggi senza vedermi per forza davanti Elio come Timmy e Oliver come Armie.

Curiosa è stata la dichiarazione di Guadagnino su Timothèe Chalamet, il giovane attore americano di origini francesi:

Lo incontrammo quando aveva appena compiuto 17 anni, aveva fatto una serie TV e basta. Lo incontrai, andammo a pranzo e istantaneamente mi sembrava chiaro che fosse Elio. Perché lui è un ragazzo newyorchese e quindi ha un senso di contemporaneità molto forte eppure contemporaneamente è ingenuo e naif, o almeno così era.

Luca Guadagnino e Andrè Aciman

Accanto al giovane attore che interpreta un Icaro che scopre come volare con le sue ali, un commento è anche su Armie Hammer, classe 1986: «È veramente straordinario, ha la capacità di scandagliare se stesso, è molto preparato. Ha lavorato in diversi film, mi viene in mente The lone ranger, un film da 200 milioni di dollari peraltro molto bello ma che non ha ottenuto successo, oppure penso a J.Edgar, dove interpretava l’amante del protagonista, e in tutti era magnifico. Non ho problemi a dirlo: mi sono innamorato di Armie Hammer, ha qualcosa di magico, al di fuori dal tempo. perciò quando ho preso le redini di Call me by your name ho detto: Voglio Armie Hammer».

Oh, to see without my eyes
The first time that you kissed me
Boundless by the time I cried
I built your walls around me
White noise, what an awful sound
Fumbling by Rogue River
Feel my feet above the ground
Hand of God, deliver me

“Mistery of love”, written and performed by Sufjan Stevens

Il film ha ottenuto tre candidature al Golden Globe 2018 come miglior film, miglior attore (Chalamet) e miglior attore non protagonista (Hammer) e ben quattro candidature ai Premi Oscar 2018, aggiudicandosi poi il premio per la miglior sceneggiatura non originale (James Ivory). Ma c’è anche un altra nomination degna di nota, quella di Sufjan Stevens per la sua Mistery of love. Questo brano, insieme ad altri quale Futile devices e Visions of Gideon, è parte integrante e realmente viva della pellicola, come dimostra il commento di Guadagnino: «Era appena uscita sulla rivista italiana di musica Rumore una copertina in cui c’era Sufjan Stevens, con degli occhi liquidi trasparenti troppo giusti rispetto a Oliver ed Elio: lì ho capito che volevo lui nel film, come narratore e cantastorie. Call me by your name doveva fermarsi per un attimo con la sua comparsa e poi riprendere l’avventura dopo la comparsa del musicista». Aciman afferma che non aveva idea nemmeno di chi fosse il musicista, eppure ha apprezzato molto il lavoro svolto, senza riserve.

Una domanda dal pubblico rivolta ai due si è concentrata sul tema della natura, vera e propria protagonista di qualsiasi spezzone dei 132 minuti: nulla è casuale e ogni località di Call me by your name (dalle cascate del Serio a Bergamo Alta, da Crema a Moscazzano fino alle grotte di Catullo presso Sirmione) è studiata nelle sue bellezze. Ingenuità, erotismo, nascita, disvelamento e infine enfasi del ricordo costituiscono le pennellate autentiche che si trasferiscono dalle pagine del libro agli spezzoni sullo schermo.

Riprese a Sirmione, sul lago di Garda

Ma una domanda doveva essere fatta: «Ci sarà un dopo?». La risposta, a gran sorpresa, è affermativa: effettivamente il finale del film con protagonista una mosca ballerina («No, non era intenzionale», dice Guadagnino, «non era lì per evocare Moscazzano, sarebbe stato davvero un colpo di genio ma non era volontaria») lascia scoperte e non trattate le ultime pagine del libro. Non si sa esattamente quando ma gli attori sono confermati per impersonificare di nuovo le due ombre ballerine in crescita continua in un paesaggio controvento pennellato dalle tinte di Monet. Da qualche parte nel teatro crepuscolare sembra di sentir riecheggiare un passaggio di Call me by your name, che recita più o meno così:

Non parleremo mai più io e te.

Non dire così.

Lo so già. Ci limiteremo a chiacchierare. Chiacchierare, chiacchierare e stop. E sai qual è la cosa più buffa? Che me lo farò bastare.

Ti è appena uscita una rima.

A dopo!, dunque!

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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