Vladimir Nabokov, quando un capolavoro condanna uno scrittore

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Sovente accade che una sola opera abbia condannato all’oscurità gli altri capolavori di una scrittrice o di uno scrittore. Così è accaduto con Madame Bovary e Gustave Flaubert oppure Lo Strano Caso di Dr Jekyll e Mr Hyde con Robert Louis Stevenson. Così, ahimè, è purtroppo accaduto anche a Vladimir Vladimirovič Nabokov (Pietroburgo, 23 aprile 1899 – Montreux, 2 luglio 1977), il quale (sia detto con tutta onestà) è ormai noto soltanto per Lolita, da cui sono stati tratti due film e varie canzoni. Questo articolo mira, invece, a investigare il resto della produzione di Nabokov, completamente oscurata dal suo romanzo più celebre, rendendo giustizia a capolavori come The Real Life of Sebastian Knight (1941, “La vera vita di Sebastian Knight”) e alla produzione russa e saggistica dell’autore.

The Real Life of Sebastian Knight si definirebbe (utilizzando un aggettivo inglese molto più pregnante che in italiano) mind-blowing. A essere sconvolgente, infatti, non è tanto la trama in sé (siamo di fronte a un metaromanzo, dove il fratellastro del personaggio eponimo cerca di ricostruire la sua vita tramite le sue opere. Vale la pena di ricordare che questo artificio letterario caratterizza l’intera produzione modernista), quanto il rapporto che Nabokov intrattiene con la letteratura. L’autore russo-statunitense, con Sebastian Knight, dimostra in maniere cogente quanto la letteratura sia maestra di vita. Il fatto che le opere di uno scrittore siano utilizzate dal fratellastro di Sebastian, per ricostruirne la vita, indica quanto Nabokov ritenesse la letteratura l’accesso privilegiato al mondo interiore di un personaggio e, in generale, alla sua esistenza. Nel mondo contemporaneo, dove se non si produce guadagno non si fa niente, sarebbe opportuno riconsiderare la lezione dello scrittore di Lolita. Ma, ahimè, soltanto i romanzi spinti hanno un certo successo col pubblico, non certo i metaromanzi modernisti.

Un altro romanzo che merita di essere menzionato è Bend Sinisters (1967, “I bastardi” o “Un mondo sinistro”). Questo testo esprime il Nabokov politico: scritto dopo la seconda guerra mondiale e durante la guerra fredda, il romanzo ha come tema l’assoggettamento dell’individuo allo stato, che ricorda lo stato etico di hegeliana memoria, esemplificato dalla filosofia dello Ekwilism, che riduce la libertà del singolo. Padukgrad è lo stato immaginario dove alligna l’Ekwilism, una creazione distopica, che anche lo stesso Nabokov si sente in dovere di mitigare ricorrendo nuovamente alla finzione narrativa. I romanzi di Nabokov offrono un’occasione unica per confrontarsi con questioni filosofiche e sociali di primaria importanza anche per il 21° secolo, come il ruolo dello stato, la libertà, l’individuo e la funzione sociale della letteratura.

L’intellettuale russo è anche un fine critico letterario, come dimostrano le sue Lectures on Don Quixote (1983, “Lezioni su Don Chisciotte”). Anche in questo caso lo scrittore russo si interroga sul mondo di Cervantes: è più colpevole Filippo II, il più crudele re iberico, o Don Chisciotte che, come Amleto, vive in un mondo fuor di sesto?

La produzione russa dello scrittore non può essere assolutamente trascurata: cito L’occhio (1930). Nabokov, in questo romanzo, ha molto affinità con Pirandello. Il protagonista del romanzo, il giovane Smurov, viene identificato in modi diversi (in termini pirandelliani, ha più di una maschera) a seconda della persona con cui ha a che fare, dal ladro al donnaiolo. Tutto, infatti, dipende dall’occhio di chi lo guarda. Ancora una volta lo scrittore russo-americano dimostra di avere un significativo spessore culturale e di sapersi confrontare in modo magistrale con lo scorcio culturale della sua epoca e, da questa, costruire significativi ibridi, che Stephen Greenblatt definirebbe come esempi di mobilità culturale.

In conclusione: perché Vladimir Nabokov deve essere unicamente ricordato per Lolita? Con ciò non voglio dire che non sia un romanzo fondamentale, ma è sempre bene ricordare e far riscoprire Sebastian Knight oppure L’occhio. Senza dimenticare anche la sua produzione saggistica.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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