Jean-Jacques Rousseau: il coraggio della solitudine

0 1.105

Jean-Jacques Rousseau nacque a Ginevra il 28 giugno del 1712. A soli dieci anni rimase senza la guida del padre, Isaac Rousseau, un orologiaio capace di infondergli la passione per la letteratura e per la politica. Così il giovanissimo Jean-Jacques venne mandato sotto la protezione di Françoise-Louise de Warens, una nobildonna protestante, convertita al cattolicesimo, foraggiata dalla Chiesa per diffondere la fede cattolica nelle aree a confine con i paesi protestanti.

Senza venir meno al riconoscimento della seppur meritata ammirazione, per quel gruppo di intellettuali chiamati Illuministi, vogliamo evidenziarne però alcuni limiti. Qui non si vuole, infatti, mettere in discussione il valore del contributo che Voltaire, Montesquieu, D’Alambert, l’enciclopedista Diderot, e tutto il resto della acclamata cerchia di intellettuali hanno portato alla cifra del Settecento, ci mancherebbe.

Occorre ammettere però, a onor del vero, che se si volesse identificare, l’unica vera figura, che in questo contesto merita la definizione di intellettuale non solo per doti e capacità di pensiero, ma per la Onestà più degna, che è senz’altro quella intellettuale appunto; a brillare nella mischia sarebbe un’unica luce, quella di Jean-Jacques Rousseau.

Il filosofo svizzero morì in pace, solo dopo essere stato costretto per lunghi anni alla solitudine e all’esilio. Il coraggio di essere stato una voce fuori coro lo condannò all’epurazione  dalla cerchia del “salotto buono”, esclusione che gli riservarono i suoi colleghi, primo fra tutti Voltaire.

Il cuore della disputa, il casus belli dell’acredine dapprincipio fu la sua partecipazione a un bando dell’Accademia di Digione, il quale proponeva di rispondere al tema Il progresso delle scienze e della arti ha contributo al miglioramento dei costumi?. Il contenuto di questo primo discorso gli portò non poche critiche nell’ambito dei filosofi francesi. Rousseau infatti si mostrò decisamente sferzante verso quel culto delle arti e dell’innovazione che l’Illuminismo francese aveva trasformato in uno dei suoi cardini chiave.

Jean-Jacques Rousseau: il coraggio della solitudine

Il suo successivo discorso su L’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini, amplia l’orizzonte del precedente e introduce il concetto di stato di natura: Rousseau rivendica l’esigenza di tornare a un epoca dove ogni uomo è svincolato dalla strutturazione della società contemporanea costituita come insieme di leggi e regole che ne favoriscono, a suo dire, lo sviluppo del lato più meschino.

Egli avvalora invece, la necessità di vivere in una condizione di originaria selvaggia bontà, che si configura nella predilezione dell’uomo naturale rispetto a quello artificiale. Questo tentativo di smontare l’architettura dell’approccio razionale tipico della cultura illuminista, sostituendo l’esperienza alla leggi della ragione creò disappunto e malumori nei salotti parigini e segnò il momento di rottura con il filosofo.

Nell’Emile poi si configura ancora con maggior forza la sua intuizione di ricercare per le future generazioni un nuovo modo di educare. La ricerca non più dell’insegnamento della dottrine, fatto solo di libri, ma piuttosto favorendo lo sviluppo del bambino attraverso il gioco e l’esperienza.

Dirà Rousseau:

L’allevamento dovrebbe essere compito dell madri non delle nutrici occasionali. L’allattamento al seno, l’aria aperta, la pratica, la conoscenza delle cose più che la teoria sono le fondamenta dell’individuo.

E ancora «l’astronomia si impara nei boschi». In questa seconda fase della sua vita emerge forte ed evidente quell’intenso legame con la natura che seguirà dal suo continuo peregrinare tra Svizzera e Francia.

Nel quarto libro dell’opera, Rousseau fa dire all’arcivescovo Savoiardo

Il dogma non ha alcun peso né sull’educazione, né sulla morale. Io credo che tutte le religioni sino buone quando onorano convenientemente Dio.

Alexandre-Hyacinthe Dunouy, Rousseau in meditazione nel parco di La Rochecordon, presso Lione (1770)

Questa frase gli costò la collera dell’arcivescovo di Parigi che condannò L’Emile chiedendo nel contempo l’arresto dell’autore. Rimasto totalmente solo, Rousseau, già escluso dagli illuministi e osteggiato ora anche dalle autorità fu costretto a fuggire a Ginevra dove giunto al confine baciò la terra esclamando «Cielo protettore della virtù io ti lodo e tocco la terra della libertà». Ma ben presto, proprio il consiglio di Ginevra gli voltò le spalle, chiedendo la messa al rogo dell’opera.

Furono questi anni di continue fughe in lungo e in largo. Rousseau divenne un uomo privato in effetti della sua libertà, perché costretto a fuggire per conservarla. In uno dei suoi ultimi viaggi disperati si diresse verso la terra d’Albione, patria degli esuli, ospite dell’amico Hume. Ma la salute mentale precaria dovuta ai continui stress psicologici cui il filosofo fu sottoposto, lo resero sospettoso anche del filoso inglese fino a fargli prendere la decisione di andarsene di nuovo per cercare un lido più sicuro ove rifugiarsi.

Nel 1778, su consiglio di un amico medico, Rousseau si recò a Ermenonville, un incantevole paesino di campagna situato a nord di Parigi, per mettersi sotto la protezione di un suo grande ammiratore, il marchese René-Louis de Girardin.

Il perseguitato filosofo, poté finalmente coronare il suo sogno. finire la propria vita avvolto nella bellezza della natura.

Errare senza meta nei boschi e nei campi, strappare qua e là ora un fiore, ora un ramoscello, osservare mille volte le stesse cose, costituisce per me di che trascorrere l’eternità senza un momento di noia.

La mattina del 2 luglio del 1778, chiese a Terese, compagna di tutta una vita, di aprirgli la finestra per fare entrare nella stanza il canto degli uccelli.

Con queste ultime parole se ne andò Jean-Jacques Rousseau, il simbolo di una mente libera capace di scegliere il cuore nell’era della ragione. La diffidenza nei confronti della scienza e la contrapposta esaltazione del sentimento come unico, vero strumento per ricercare la verità, costruiscono, insieme al tema della natura i margini affinché il romanticismo lo abbia considerato decenni dopo come un vero precursore e maestro.

Tuttavia Rousseau è uomo del Settecento, e interprete seppur in modo originale di un Illuminismo che fonda le sue basi sul diritto alla felicità e sulla fiducia nel progresso. L’elemento che più di tutti lo rese un unicum, però, fu il suo indistruttibile senso di onestà intellettuale, la tenacia con la quale seppur in assoluta minoranza continuò per tutta la vita a difendere le proprie ragioni.

Stefano Mauro per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.