Pietro Verri, il padre dell’Illuminismo italiano

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zoom_verri«Quand’anche la tortura fosse un mezzo per iscoprire la verità dei delitti sarebbe un mezzo intrinsecamente ingiusto». Questa citazione, quanto mai attuale perché disattesa nella sua natura in buona parte degli Stati del nostro piccolo mondo, potrebbe oltre che far riflettere, anche farvi guadagnare qualche soldino se impiegata per una scommessa. Sarei infatti pronto a scommettere che la maggioranza quasi totale dei normoistruiti italici sarebbe pronta ad attribuirla a Cesare Beccaria, molti fingendo anche un ricordo di passate letture di Dei delitti e delle pene. Vinta la scommessa, disveliamo che trattasi invero di un pensiero di Sua Eccellenza il Conte Pietro Verri (Milano, 12 dicembre 1728 – Milano, 28 giugno 1797), personaggio tutt’altro che di secondo piano della storia italica. Fu scrittore, storico, economista e filosofo, nonché fondatore della scuola di pensiero illuminista milanese – il che ce lo colloca quindi nel XVIII secolo (1728-1797).

Nato il 12 dicembre, appunto, nel capoluogo lombardo, Verri è stata una figura decisamente influente ad ampio raggio sulla propria epoca: andando a braccio, intrattenne nel corso della propria vita rapporti intellettuali col Parini, con DiderotVoltaired’Holbachd’Alembert, mentre di Beccaria appunto fu amico, al punto da essere con lui cofondatore de Il caffè, giornale e riferimento dell’Illuminismo italiano.

caffèTrattando anche a volo d’uccello del conte, non si può non notare come il Discorso sull’indole del piacere e del dolore avrà influenza sul piacer figlio d’affanno di Leopardi; di come le Meditazioni sull’economia politica (parlando di domanda e offerta e del ruolo della moneta) tocchino temi che ritroviamo in Adam Smith e financo in Keynes; di come il pensiero di un’opera iniziata nel 1760 intitolata Osservazioni sulla tortura, alla quale appartiene l’incipit, abbia influenzato proprio l’amico Beccaria e la di lui opera Dei delitti e delle pene ma di cui non raggiungerà mai la diffusione e la fama pur contenendo maggiori spunti di riflessione, penalizzato da uno stile troppo colto e difficile.

In ogni caso, il dibattito sulla tortura era indubbiamente centrale nell’Europa dell’epoca: Verri peraltro prende il tratto dal processo agli untori della peste del 1630, una delle tante pagine buie del diritto affidato alla coercizione fisica, che poi Alessandro Manzoni riprenderà in Storia della colonna infame.

Un autore attuale, quindi? Una figura da considerare “di riferimento” tuttora? Sarebbe auspicabile: certo è che una tale poliedricità di utilizzo dell’intelletto è ben difficile da trovare ed attualizzare. E la lucidità e l’umanità di un pensatore di tale spessore ci autorizza a celebrarne certamente il genetliaco, col rimpianto che l’Età dei Lumi sia così umanamente lontana, e la tortura così disumanamente vicina.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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