Filosofi lungo l’Oglio: festival itinerante che ci insegna cos’è la condivisione

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Filosofi lungo l’Oglio

Il 5 giugno si è aperta la tredicesima edizione del festival itinerante Filosofi lungo l’Oglio, che si concluderà il 18 luglio, dopo una lunga serie di incontri che ruotano intorno ad un tema quanto mai attuale: la condivisione.

Il festival toccherà svariate città della Lombardia, seguendo idealmente il percorso del fiume Oglio. Auditorium, chiese, sinagoghe, ma anche castelli e piazze saranno il teatro dei dibattiti, che vedranno partecipi ospiti provenienti da realtà differenti, come ad esempio Massimo Cacciari, Nando dalla Chiesa, Luigi Zoja, Monsignore Vincenzo Paglia, Maria Rita Parsi, Marc Augé e molti altri ancora. 

Così recita un estratto della brochure che si può trovare sul sito ufficiale dell’iniziativa:

Si condividono, nel mondo del web 3.0, post su Facebook, mentre si fatica a trovare l’applicazione pratica e autentica quando ci si trova dinnanzi all’altro in carne ed ossa: il prossimo, lo xénos, il diverso. Condividere chiama in causa la nozione di prossimità, di comunità, di “commūnis” inteso propriamente come “chi ha in comune dei mūnia (doni)” cui si contrappone il senso arcaico di immūnis come “ingrato”, ovvero “chi non rende il beneficio ricevuto”.

Nell’epoca dei social e della connessione costante, ci sentiamo sempre più vicini: c’è la possibilità di contattare quasi chiunque, di raccontare la propria giornata ai followers, tramite immagini, parole, canzoni e brevi tweet. Si condividono, appunto, contenuti, in continuazione. Eppure, non possiamo dire di sapere – o perlomeno, di saper mettere in pratica – che cosa sia la condivisione.

Raj Patel

Se per un momento rivolgessimo lo sguardo aldilà della siepe delle nostre relazioni sociali e della nostra quotidianità, ci accorgeremmo quanto l’argomento di questa edizione del festival filosofico lombardo sia il fil rouge di molti dei macro temi che stanno interessando non soltanto la comunità nazionale, ma anche quella europea, e guardando un po’ più lontano, quella mondiale.

In risposta alle disfunzioni della società moderna è nata una corrente di pensiero chiamata Filosofia della Condivisione, che coinvolge ambiti differenti, quali quello filosofico, sociologico e antropologico, ma anche economico. Essa è una vera e propria indagine razionale che mira ad un ripensamento dell’impostazione economica e sociale attuale, che andrebbe a sfavorire le condizioni di libertà e giustizia. Fondamentale per la rifondazione proposta dai pensatori della condivisione è una revisione delle strutture economiche globali. L’economia, infatti, rappresenta ormai un aspetto inseparabile delle attività umane. In particolare, questa corrente va a criticare il mercantilismo, che spingerebbe ad una competizione serrata e ad un’avidità sempre maggiore, in vista dell’utopia – malsana – della crescita illimitata. Il risultato? La sovrapproduzione, che rappresenta per l’ambiente e quindi per l’umanità un cancro insidioso e apparentemente incurabile.

Zygmunt Bauman

Per questi pensatori, una parziale soluzione alla crisi mondiale, che vede affondare le sue radici in un materialismo cieco che ha investito tutti gli aspetti dell’esistenza, sta nell’applicazione di uno stile di vita più semplice, che si basi proprio sulla condivisione, sulla tutela delle libertà consustanziali dell’essere umano e sulla difesa dei suoi diritti inalienabili. In questo modo, si recupererebbe un atteggiamento più autentico e genuino nei confronti del mondo e degli altri. Raj Patel, uno dei massimi esponenti di questa corrente di pensiero, che si occupa principalmente della crisi alimentare mondiale, con queste parole riassume perfettamente il nocciolo della Filosofia della Condivisione:

The opposite of consumption is not thrift – it is generosity.

Un altro pensatore del calibro di Zygmunt Bauman ha affrontato l’argomento attraverso il concetto di “società liquida“, che sta a simboleggiare la deriva della società attuale, descritta come un presente senza nome caratterizzato dalla crisi statale, incapace di controllare le spinte della globalizzazione, l’avanzare delle ideologie dei partiti, anche con il rischio di conseguenze estremiste, e soprattutto l’individualismo sfrenato che è causa ma anche conseguenza di una totale mancanza di contatto del singolo con gli altri. L’individuo si trova così solo e senza possibilità di conforto. 

Filosofi lungo l’Oglio

Queste condizioni favoriscono lo sviluppo dei cosiddetti populismi, propugnatori di odio che riconoscono lucidamente ciò che non va bene e andrebbe cambiato, ma senza saper dare soluzioni alternative ad una situazione che non piace. La modernità appare così come una “terra di nessuno”, un territorio ibrido dove il vecchio, ormai destinato all’estinzione, si sta consumando ma portandosi via tutte le risorse, impedendo così a nuovo di attecchire e crescere. Il sentimento prevalente è quello dell’indignazione, che però non sembra potersi tramutare in uno sviluppo propulsivo.

Allora, forse, varrebbe la pena riflettere su questa condizione in cui ci troviamo a vivere, dove l’Altro – soprattutto se diverso – è  visto come un nemico, come un bandito pronto a rubarci la serenità e la stabilità che andiamo cercando, ormai un po’ “alla cieca” e senza più troppe speranze. L’Altro è un predone, che ci porta via le poche risorse che ci sono rimaste. E se invece la vera risorsa fosse proprio lui che ci insegnano ad odiare? O meglio, se la via d’uscita fosse una collaborazione con questo Altro, così lontano e diverso, ma con i nostri stessi desideri?

Francesca De Fanis per MIfacciodiCultura

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