Giorgio Almirante: carriera politica ed eredità storiche

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Sono nato timido, ma di una timidezza ansiosa di aprirsi e di espandersi, ansiosa, per l’appunto, di essere presa per mano e liberamente esposta alla ventata, al turbamento, al confronto delle relazioni umane.

Giorgio Almirante

Giorgio Almirante nasce a Salsomaggiore Terme il 27 giugno 1914 e muore a Roma, il 22 maggio 1988. Nacque esattamente un giorno prima dello scoppio del primo conflitto mondiale, datato convenzionalmente a partire dal 28 giugno, al momento dell’assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando a Sarajevo. Morì poi nel 1988, un anno prima della caduta del muro di Berlino. Fu così destinato a vivere, per intero, quello che lo storico Eric Hobsbawm definì Secolo Breve, ovvero il Novecento, nelle sue tre età: la Catastrofe (1914-1945), l’Età dell’oro (1946-1973) e la Frana (1973-1989). Il Secolo Breve fu l’epoca dei grandi totalitarismi: da una parte, i fascismi europei; dall’altra, il comunismo russo. La vita sociale ed economica delle grandi nazioni era sembrata, per qualche decennio, semplificabile grazie all’applicazione pratica di una di queste due deleterie ideologie. I due poli, estrema destra ed estrema sinistra, domineranno tutto il secolo e costituiranno interlocutori imprescindibili per qualunque altra formazione politica. Giorgio Almirante era un giovane giornalista e per fare carriera scelse la via a destra. Ripercorriamo brevemente la sua vita.

Giorgio Almirante: carriera politica ed eredità storiche
Giorgio Almirante

Forse non tutti sanno che il padre di Giorgio, Mario Almirante, non fu uomo politico, bensì attore e direttore di scena della celebre compagnia di Eleonora Duse. Anche il nonno e gli zii paterni erano attori. Giorgio stesso sembrava dunque destinato a una carriera teatrale o cinematografica. Non a caso, fu il direttore del doppiaggio di un film fondamentale come Luci della ribalta, diretto e interpretato da Charlie Chaplin. Frequentò il Liceo Classico Gioberti di Torino e fin da adolescente collaborò con quotidiani fascisti, come Il Tevere.

Almirante non farà mai mistero della sua totale fede nel regime mussoliniano. Fin dai diciotto anni di età collabora attivamente alle attività promosse dal governo fascista, divenendo fiduciario del GUF (Gruppo Universitario Fascista) di Roma e dimostrando grandissima ammirazione per l’estetica dell’ordine e della disciplina ideata dal Duce:

Il cambio si svolge con perfetta disciplina, come tra soldati veterani. Molta gente ci guarda, in via Nazionale, e con un certo stupore. Se non portassimo i caratteristici berretti multicolori, stenterebbero a crederci, davvero, studenti. Studentì sì, ma anche fascisti, ecco il segreto di tanta disciplina.

Sulle colonne del quotidiano Il Tevere il giovane Giorgio descrive così un cambio di guardia svoltosi tra militari e studenti universitari in occasione della Mostra della Rivoluzione Fascista. Nelle sue righe si nota la grande meraviglia in lui suscitata dalla disciplina del cambio, nominata per ben due volte, nonché il fascino per la forza militare costantemente propugnato dalla machista propaganda fascista. Un fascino che, purtroppo, fece perdere la testa a molti, trascinando un’intera nazione nello sfascio disumano del totalitarismo.

Troppo piccolo per comprendere il primo conflitto mondiale, partecipò attivamente al secondo come corrispondente di guerra in Libia. Anche nei suoi resoconti africani continua ad emergere la sua fiducia incontrastata per l’operato del regime fascista:

Chi vi parla ha avuto la grande ventura di seguire in ogni sua fase […] la marcia vittoriosa, di viverne con le truppe e fra le truppe la drammatica vicenda, di vederne fra i primissimi la fausta conclusione. […] Mai come oggi abbiamo sentito il privilegio della nostra professione di giornalisti.

Evidentemente, quello che potrebbe essere interpretato come cieco servilismo per il regime si tramutava, tra le file dei militanti, in entusiasmo e sacrificio per una causa superiore, di respiro nazionale. La via politica del totalitarismo era certamente apparsa ai più come la via più rapida per raggiungere quella coesione nazionale che l’Italia, ancora così frammentaria, non avrebbe mai raggiunto. Il giornalismo lavorava così per la causa politica: la macchina era ben oliata e ciascuno doveva contribuirvi come perfetto ingranaggio.

Dal 1943, Almirante partecipò all’organizzazione e alla vita politica e militare della Repubblica Sociale Italiana. Alla fine della guerra, a avvenuta Liberazione, Almirante si trovava, come tutti gli altri fascisti dichiarati, in posizione precaria e debole di fronte al nuovo Stato Italiano, che si preparava a diventare Repubblica su basi antifasciste. Per circa un anno, dunque, chiese rifugio e protezione presso l’amico di famiglia ebreo Emanuele Levi, che ebbe dunque modo di ricambiare il favore per essere stato salvato dai rastrellamenti proprio da Almirante, negli anni della Repubblica di Salò.

Dopo la guerra, Giorgio Almirante fu in prima fila per l’organizzazione del MSI, Movimento Sociale Italiano, nato dalle ceneri del fascismo. Per tre anni ne fu segretario nazionale e continuò a tenere comizi in tutta Italia per difendere l’ideale fascista, che, con la sconfitta bellica, era ormai percepito dalla popolazione come carcassa di un passato malsano da abbandonare. Grazie al lavoro di Almirante, tuttavia, il MSI riuscì a partecipare alle elezioni di Roma del 1947, facendo eleggere tre consiglieri comunali. Per arrivare a questo risultato, si era passati tuttavia per i disordini di Piazza Colonna tra fascisti e antifascisti e una condanna per apologia del fascismo, come previsto dalla nuova Costituzione.

Pur fortemente avversato dai partiti di sinistra, il MSI continuò la sua vita politica fino a diventare un interlocutore essenziale per la Democrazia Cristiana. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il dialogo fra DC ed MSI rimase intenso e il gene politico fascista dello Stato italiano sembrava restare inoppugnabile. In particolare, rimase un punto di riferimento forte per chi rifiutava il modello comunista rappresentato dall’URSS. Nel 1970, Almirante affermava:

Se altri popoli si sono salvati con la forza, anche il popolo italiano deve saper esprimere qualcuno che sia disposto all’uso della forza, per battere la minaccia comunista.

Giorgio Almirante: carriera politica ed eredità storicheEgli si spese per rendere il MSI un movimento non tanto nostalgico quanto moderno ed europeista, in linea con i cambiamenti sociali ed economici che stavano avvicinando tra loro i Paesi Europei. Purtroppo, non tutti furono persuasi dalla sua linea, e così Almirante fallì nel progetto di creare intorno al nucleo del suo Movimento un grande e coeso partito di destra.

Pochi anni prima della sua stessa morte, nel 1984 sopravvenne il decesso del segretario del PCI Enrico Berlinguer. Inaspettatamente, Almirante si recò a rendergli omaggio alla sua camera ardente. Un’azione di facciata o reale dispiacere per la perdita di un grande interlocutore politico? Senza dubbio, con loro se ne andavano i punti di riferimento essenziali per una destra e una sinistra nazionale che dalle loro morti in poi si sarebbero indebolite sempre di più, fino alla situazione odierna di completa perdita di identità. L’eredità di Almirante, deceduto nel maggio del 1988 dopo gravi problemi di salute, venne raccolta dal neosegretario del MSI Gianfranco Fini. Fu proprio Fini che negli anni 90 volle mutare il nome MSI in Alleanza Nazionale, eliminando i riferimenti ideologici al fascismo e modellando il partito secondo una linea democratica di destra. Alleanza Nazionale cercò, nel panorama di destra, di distinguersi da Forza Italia contrastando il suo radicale liberismo con una maggiore cura delle politiche sociali ed economiche da parte dello Stato.

Siamo così arrivati ai nostri anni, in cui vediamo una sinistra e una destra ormai senza più identità e completamente smembrate. La riflessione sulla vita e la carriera di una personalità storica come Giorgio Almirante, protagonista di molte pagine controverse della politica italiana, si è dunque rivelata una chiave importante per la comprensione di un secolo politico difficile che ci ha lasciato pesanti eredità, che oggi guardiamo con sospetto e che ancora faticosamente tentiamo di gestire ed elaborare.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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