La “wonderland” dove l’estate non ha mai fine: cinema e letteratura

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E mentre noi ci apprestiamo a lasciarci alle spalle i riti pagani organizzati in occasione del solstizio d’estate, in quel di Yuiln in Cina anche quest’anno, in tale occasione, la stagione calda viene festeggiata col Festival della Carne di Cane, in cui oltre 10.000 migliori amici dell’uomo verranno massacrati a scopo alimentare: un inizio d’estate che peggiore non si potrebbe e già che si tratta della stagione peggiore in assoluto, quando la gente la riva al mar tant per di’ che l’è stada chi.

estateCerto, mediamente le persone odiano l’inverno: senza pensare che non esiste, perché non esiste il freddo che da un lato è solo un’attitudine mentale, dall’altro non ha una sua definizione ma viene definito per assenza, assenza di calore, il pietoso inverno che fa calare rapidamente il velo sulle giornate tutte uguali di noi moderni volontari schiavi, che quando è benevolo ammanta di nebbia e neve a celare, coprire, nascondere la ripetitività delle miserie umane. Dubbi circa la fantasmaticità estiva? Basti pensare che la stagione inizia in un giorno che è detto “solstizio”, cioè da sol- e -sistere (o da stare, che preferisco), in pratica il giorno in cui il sole si ferma: nel suo moto apparente, certo: apparente come tutto ciò che riguarda l’estate, con la sua odiosa felicità forzata.

E invece eccoci ad affrontare un’altra crudele estate, non-luogo ferocemente pornografico, dove tutto è esposto, sbandierato, mercificato, confronto perenne tra merci tutte uguali.

L’estate è un luogo musicale, filmografico, artistico, letterario, dalla consistenza fantasmatica non più solida del fumo e dell’amore, ma che tanto peso ha nella vita quotidiana. Musico che celebra sé stesso, l’estate è cantata sempre come luogo fittizio di gioia, da Luglio a Rimini, a tutti i “tormentoni”(ah, estate, madre di orrori linguistici), rare sono le eccezioni come Yanez o Un’estate al mare, o anche L’estate sta finendo, venate di quella giusta malinconia che deve prendere chi fa i conto con qualcosa che non rende poi quel che promette allor.

Le estati filmografico letterarie sono un luogo, un topos: in quanto tali mutano assai difficilmente, con la lentezza tipica dei luoghi e non delle persone; possiamo descrivere Rimini come Tondelli:

Faceva caldo, probabilmente attorno ai trentacinque-trentasette all’ombra. E questo caldo appiccicoso e denso, un caldo sporco, praticamente nient’altro che la traspirazione evaporata nell’atmosfera di quelle decine e decine di migliaia di bagnanti che in quello stesso momento prendevano il sole sulla striscia di sabbia della riviera, ecco, un caldo umano, non un caldo puro, e per questo già istintivamente insopportabile. 

Ma non è che in Cancrena di Jeff Geeraerts troveremo poi descrizioni molto diverse, e l’ambientazione è africana.

Il caldo era veramente appiccicoso: ci si sentiva cosparsi come di uno strato di melassa riscaldata. D’estate, quegli abiti da uomo gravavano sulle loro vittime come dei cilici, simili a veri e propri strumenti di tortura. Quelle cravatte sottili pendevano esanimi su camicie chiazzate di sudore, mentre l’imbottitura delle spalline delle giacche si spostava per un nonnulla e andava a creare gobbe qua e là. Il tessuto assorbiva il sudore al pari di una spugna zuppa d’acqua; le tese dei cappelli pencolavano verso il basso.

L.A. Confidential 1997 RŽal. : Curtis Hanson James Cromwell Guy Pearce Russel Crowe Kevin Spacey Collection Christophel
L.A. Confidential

È una efficace descrizione che troviamo in La sottile linea scura di J. Lansdale, ma anche in L.A. Confidential di James Ellroy ci imbattiamo in giacche sudate e cravatte torturanti, a loro volta luoghi comuni dei detective hard boiled e più in generale di qualsiasi cosa si possa trovare a sud di qualche nord, e in una descrizione che abbia bisogno di farsi personaggio e giustificazione.

Personaggio, perché talvolta il caldo è talmente onnipresente, come in realtà può esserlo, da condizionare i personaggi, spingerli all’azione o inazione (è lo stesso) e stravolgere, soprattutto stravolgere, le menti. Giustificazione, perché il caldo opprime, soffoca, annebbia: ed ecco pronta una giustificazione, una motivazione meglio: il caldo rende inerti, fiacchi nel corpo e nei pensieri, ma quando d’altronde che ne è oppresso trova la forza di reagire, ecco che gli argini tracimano d’improvviso e qualunque cosa può accadere, le passioni funeste di Uomini e Topi e quelle risibili di Il Predicatore Vagante di Caldwell, il postino può suonare due volte e magari viene ad aprire Virginia Madsen che se ne stava rintanata in The Hot Spot – Il Posto Caldo; il secco caldo estivo accompagna il piccolo grande dramma di Io non ho Paura, quello torrido il grande piccolo dramma di Gustav in Morte a Venezia.

Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Verga, Bukowski, Nabokov segnano passi in cui il caldo e/o la descrizione del caldo – identificato quasi totalmente con l’Estate, la fanno da padroni. Visivamente, il caldo è un nemico quasi soprannaturale (assieme alle piogge torrenziali cui spesso si accompagna per un drink), in film come Angel Heart – Ascensore per l’inferno e The Skeleton Key, o Pelle di Serpente con Brando, e chi potrebbe negare che il caldo sia un coprotagonista in qualche opera di Tennessee Williams? O nel Buio oltre la Siepe, quanto a questo.

Nel 1958 andrà in scena La Lunga Estate Calda, tratto dall’omonimo romanzo di William Faulkner, e con ciò il nostro elenco, non esaustivo ma sufficiente per noi che non amiamo spiegarci con esempi, potrebbe essere esaurito.

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La Lunga Estate Calda

Ma ce ne serve ancora uno di esempio, preclaro checché ne se possa dire: parliamo di Stand by Me, ricordo di un’estate, film di Rob Reiner da gran cast (Kiefer Sutherland, John Cusack, River Phoenix, Richard Dreyfuss) tratto da uno dei migliori racconti di Stephen King, Il corpo, contenuto nella raccolta Stagioni Diverse. Quando i suoi libri li scrive per davvero e non si limita a formarli, Stephen King è un narratore di prima categoria e la sua specialità è la discesa-descrizione della psicologia infantile o adolescenziale. E qui, l’estate è anche questo, come lo è sempre: un rito di passaggio, una serie di iniziazioni che ci colgono sempre impreparati, una lezione che viene impartita senza che noi sapessimo nemmeno che quel giorno c’era lezione. Ma è così, e per quattro amici quell’estate del Maine del 1959 sarà quella che non scorderanno, a causa del loro piccolo ma enorme viaggio alla ricerca di un cadavere lungo la ferrovia. Tempo di viaggi, di scoperte, di passaggi: l’estate di Stephen King è anche questo.

E in fondo lo è anche per noi: che si tratti dei primi pantaloni lunghi da abbinare ad una camicia sportiva, che «in the Summer of ’69, those were the best days of my life», tutti o quasi abbiamo un’estate nella memoria che va al di là del caldo e delle zanzare, o del lavoro estivo, o dell’esame di riparazione, del sudore e delle notti in bianco. Chi ce l’ha, ovviamente, si strugge nel rimpianto; chi non ce l’ha, un ricordo simile, sta ovviamente molto peggio.

Ma la realtà è nelle parole di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento:

Ho l’impressione che sulla terra sprechiate troppo tempo a chiedervi troppi perché. D’inverno non vedete l’ora che arrivi l’estate, d’estate avete paura che torni l’inverno. Per questo non vi stancate mai di rincorrere il posto dove non siete: dove è sempre estate.

Al prossimo equinozio, gente.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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